Integrazione in psicoterapia – A cura di Claudia Benazzi – Psicologa – 

La psicoterapia come scienza e pratica clinica non è ancora arrivata a un paradigma condiviso. I suoi studiosi e praticanti seguono orientamenti differenti. La strada per arrivare all’approdo di un paradigma teorico condiviso può passare sia per la via classica della concorrenza scientifica sia per quella dell’integrazione più o meno spontanea, dal semplice scambio di idee al tentativo di costruire veri e propri paradigmi integrati. Sin dai suoi inizi, l’integrazione della psicoterapia è caratterizzata dall’insoddisfazione per gli approcci singoli e il desiderio di guardare oltre i confini della propria scuola per vedere cosa si può imparare, e in che modo i pazienti possono beneficiare, da altre forme di cambiamento del comportamento (Ruggiero, G. M., Caselli, G., & Sassaroli, S., 2020).

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un dibattito piuttosto intenso sulla necessità di offrire alla psicoterapia integrata una identità più definita. Tale processo appare ancora in corso e benché molti psicoterapeuti definiscano il proprio operato clinico come integrato, troppo spesso tale modalità appare caratterizzata da quel fraintendimento comune che mette al primo posto l’utilizzo plurale di tecniche provenienti da diversi modelli, racchiusi all’interno di un unico fare clinico. Questo abbandonarsi ad un ecclettismo tecnico, benché attraente, ha mostrato ad un certo punto i suoi limiti in assenza di una riflessione più accurata sulla effettiva efficacia di un modello integrato, inteso innanzitutto dal punto di vista epistemologico, e su come in effetti tale pluralità debba organizzarsi all’interno della prassi clinica (Architravo M., 2020).

Ci si domanda quindi se quello che viene definito oggi come approccio integrato rappresenti davvero una forma di psicoterapia che metta al centro la relazione terapeutica e tutto ciò che ruota attorno al processo clinico, considerata come il fattore comune di efficacia più importante.
L’integrazione in psicoterapia è caratterizzata al tempo stesso da una insoddisfazione riguardo agli approcci delle singole scuole e da un desiderio di guardare attraverso i confini delle scuole per osservare come i pazienti possono trarre beneficio da altri modi di condurre la psicoterapia (Norcross, Goldfried, 2005). I trattamenti psicologici e le relazioni terapeutiche devono essere costruiti su misura ed essere adattate ai bisogni specifici di ogni singolo paziente, sulla base delle differenze e delle preferenze individuali. L’integrazione teorica non è una semplice combinazione di differenti teorie, ma è la ricerca di una teoria che sia più della somma delle sue parti e che conduca a nuove direzioni sia per la pratica che per la ricerca. La pratica fondata sull’evidenza empirica permette di calibrare il trattamento psicologico, adattandolo alla cultura ed alla personalità del cliente.
È indubbio che la formazione alla psicoterapia debba comprendere delle conoscenze di base relative alla funzione dello psicoterapeuta, la conoscenza di una teoria della mente cui quest’ultimo si riferisce per avere un punto di vista dal quale osservare i fenomeni di cui si occupa, e l’apprendimento di tecniche che in modo comprovato suscitano delle risposte psicologiche nei pazienti; tutto questo però è una condizione necessaria, specialmente dal punto di vista formale e istituzionale, ma certamente non sufficiente a fare di uno psicologo o di un medico uno psicoterapeuta integrato…..Di cosa ha bisogno quindi? Forse la risposta sta in qualcosa di apparentemente scontato: ha bisogno di un paziente. Per lo psicoterapeuta che vuole essere integrato c’è bisogno di stabilire un contatto con la dimensione dell’alterità, che funga da sponda per comprendere il modo in cui egli stesso si relaziona alla realtà e al proprio mondo interno; ma necessita anche di un obiettivo da raggiungere, di un processo di cui sentire di far parte (Architravo M., 2020).

Sarebbe erroneo, nonché riduttivo, pensare che l’unione di tecniche differenti provenienti da diversi orientamenti porti alla nascita di una psicoterapia più efficace. E’ necessario invece focalizzarsi sulla relazione terapeutica, e porre attenzione all’esperienza con il paziente, analizzando i vari cambiamenti che avvengono nel rapporto con il paziente, all’interno del processo terapeutico, con il passare del tempo, in modo da concentrarsi sulla propria dimensione interna.
Ci troviamo di fronte alla necessità di rendere intercomunicabili i diversi modelli che attualmente si contendono il primato della efficacia di cura, primato che allo stato non è stato raggiunto da nessuna delle principali tradizioni scientifiche in auge. Una buona e sana capacità di comprendere pregi e limiti del proprio modello e di interagire con modelli diversi dal proprio è garanzia di serietà scientifica e di umiltà. Meglio ancora se, in un’ottica integrativa, diventa possibile porre in dialogo i diversi modelli individuando i punti di efficacia che ciascuno di essi consegna al terapeuta (Aldi, G.,2019).

Se vogliamo curare persone in maniera efficace dobbiamo uscire dalla dimensione riduzionista e isolazionista dei diversi modelli per accettare il confronto con la complessità così come è intesa da Edgar Morin: una complessità che obbliga ad un approccio pluridimensionale alle persone sofferenti, un approccio che sia capace di individuare i diversi orizzonti che producono sofferenza mentale e fornire di volta in volta le soluzioni che più sono utili al suo benessere. Le diverse visioni della malattia e della cura possono trovare una integrazione capace di individuare i punti comuni dei diversi orientamenti teorici e individuare in che misura ciascuno di essi può contribuire al processo di cura.

La nostra mente è costituita da diversi livelli, ognuno dei quali è necessario per lo sviluppo del livello successivo ed allo stesso tempo influenza il livello sottostante. Diventa quindi evidente che il funzionamento della mente sia necessariamente influenzato dall’integrità del livello biologico e dall’ambiente in cui vive e costruisce la propria esperienza. All’interno di questi complessi equilibri, è evidente che il disagio psichico possa ricollegarsi al malfunzionamento di diversi elementi, interconnessi fra di loro. Lo psichiatra o lo psicoterapeuta vedono il paziente sempre e solo dalla propria angolatura, prendendone quindi in esame solo una parte e mai l’interezza. Occorre quindi prendere consapevolezza che l’osservatore prende in esame un solo aspetto alla volta, e che solo la sintesi di tutte le angolature può fornire opportunità di cura adatte ai singoli pazienti. Occorre quindi integrare le diverse prospettive, tenendo sempre a mente che il proprio punto di vista è solo uno dei possibili modi per curare il paziente, ma non rappresenta l’unico modo possibile, analizzando e identificando quale sia il livello mentale che necessiti maggiormente e prima degli altri di essere curato.

Occorre quindi che il curante, dotato di un bagaglio teorico e metodologico polivalente, si interroghi sulla prevalenza dei fattori che hanno determinato la patologia da curare. Ciò pone il problema della codificazione degli interventi, della individuazione cioè di buone prassi che aiutino i professionisti a individuare di volte in volta l’approccio più adatto per il paziente. È auspicabile che la ricerca e in psicoterapia imbocchi la direzione di una integrazione che porti alla formazione di un terapeuta polivalente, che conosca pregi e limiti dei diversi approcci e sappia proporre al suo paziente di volta in volta il percorso più idoneo. Perché ciò avvenga è necessario che le diverse scuole superino il narcisismo dei loro capiscuola per porsi in posizione di ascolto umile e onesto nei confronti di approcci diversi. Mi sembra questo l’ostacolo più difficile da superare. (Aldi, G.,2019).

Uno psicoterapeuta esordiente si trova di fronte una proverbiale torre di Babele. Egli o ella si confronta immediatamente con una diversità soverchiante di orientamenti teorici, ciascuno rappresentato da sostenitori eloquenti e irremovibili, e da detrattori ugualmente eloquenti e adamantini. La confusione delle idee e delle ammonizioni, su cosa fare e cosa non fare, è probabile che smorzi l’entusiasmo di tutti gli allievi, ad accezione di quelli più resilienti. Gli approcci integrati alla supervisione della psicoterapia, come le stesse psicoterapie integrate, offrono la speranza di una riconciliazione fra orientamenti diversi e rappresentano un’ancora di empirismo in un mare di teoria (Norcross, J. C., & Popple, L. M., 2017).

Bibliografia
• Aldi, G. (2019). VISIONI DELLA MENTE E INTEGRAZIONE IN PSICOTERAPIA. Visioni della mente, 25.
• Architravo M. (2020). L’approccio integrato in psicoterapia: origini, configurazioni attuali, prospettive formative. Phenomena Journal, 2, 39-48.
• Goldfried, M. (2000). Dalla terapia cognitivo-comportamentale all’integrazione delle psicoterapie (Vol. 18). Sovera Edizioni.
• Lenzi, S. (2018). LIVELLI DI INTEGRAZIONE TRA LE PSICOTERAPIE E PROCEDURE COGNITIVISTE: Prove tecniche di identità e dialogo alla luce della figura e dell’opera di Giovanni Liotti. Cognitivismo Clinico, 15(2).
• Migone, P. (2008). Riflessioni sul problema della pluralità dei metodi di ricerca in psicoterapia. Carere-Comes T., a cura di, Quale scienza per la psicoterapia, 19-31.
• Norcross, J. C., & Popple, L. M. (2017). Supervisione in Psicoterapia Integrata: Elementi essenziali (Vol. 29). Sovera Edizioni.
• Ruggiero, G. M., Caselli, G., & Sassaroli, S. (2020). Lo sviluppo dell’integrazione in psicoterapia. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 26(2).