Quale scuola per le nuove generazioni – A cura di Claudia Benazzi – Psicologa – 

«Pensando all’ingiustizia sociale, non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali»

Lettera a una Professoressa

Tutti quegli insegnanti che continuano a considerare gli obiettivi come prerequisiti, di fatto condannano all’insuccesso i più socialmente e culturalmente svantaggiati. Quante volte, ancora oggi, leggiamo o sentiamo affermazioni del tipo: «bisogna essere motivati per riuscire» o «il desiderio di apprendere è un requisito fondamentale di ogni insegnamento efficace»? (Scotto di Luzio, 2023, p.14). In nome di che cosa la motivazione sarebbe un prerequisito e non un obiettivo? In nome dell’“adeguatezza scolastica”, ci dice Scotto di Luzio. Tradotto: l’insegnante fa lezione, se l’allievo studia va avanti, se no, ne paga le conseguenze con voti negativi e bocciature. Il modello dell’insegnamento simultaneo e collettivo a cui queste teorie si ispirano coltiva l’illusione dell’omogeneità degli allievi: privilegiando un insegnamento con allievi presunti uguali tra loro e già motivati ne esclude di fatto una parte, quella più fragile. Qui il merito non c’entra per nulla. Semplicemente ci si adegua a uno stato di cose che non sarebbe possibile modificare. Le nuove pedagogie hanno invece eletto la motivazione a obiettivo di lavoro organizzando in modo diverso l’insegnamento, senza peraltro contestare l’esigenza di formalizzazione, ma perseguendola in modo diverso e più efficace (Bottero, E., 2023).

È quello che avevano compreso Célestin Freinet e i suoi compagni della Coopérative de l’Enseignement Laïc. La pedagogia Freinet, infatti, non è un semplice assemblaggio di pratiche, ma un vero e proprio sistema fondato su un’organizzazione cooperativa basata su due fattori: l’ambiente (una comunità organizzata nei tempi e negli spazi, al servizio dei ragazzi, alla cui elaborazione loro stessi danno un contributo); i materiali e le tecniche, cioè pratiche e materiali, alternativi a quelli tradizionali, messi a disposizione per realizzarle. Questa organizzazione nasce da scelte politiche (la lotta contro le disuguaglianze e i determinismi sociali) che si concretizzano in alcuni principi pedagogici: la libera espressione del ragazzo (con i testi, con il disegno, la musica, il teatro, la scultura, ecc.), la comunicazione (le attività non sono “scolastiche”, ma “per qualcuno e per qualcosa”), la ricerca/problematizzazione, la valutazione (una valutazione per “unità di valore” a prevalenza formativa). Questi principi sono tuttora validi, ma col tempo si è resa necessaria una riflessione sulle pratiche da utilizzare per darvi seguito. Ad esempio, grazie alle ricerche degli psicologi cognitivi abbiamo appreso come partire dalle libere espressioni dei ragazzi abbia un senso solo se il processo riesce a concludersi con l’acquisizione di concetti e competenze, cosa che non sempre è l’esito di un processo “naturale”. L’ostacolo, infatti, ce lo ha ricordato Gaston Bachelard, non sta solo di fronte al ragazzo, ma anche nel suo pensiero. Poiché non c’è vera emancipazione delle persone (quella a cui tende la pedagogia cooperativa) se non c’è autonomia di pensiero, il problema va affrontato. Come si risolve? Organizzando situazioni di apprendimento che permettano un incontro costruttivo con i saperi. Ciò significa partire sì dall’impulso naturale (Freinet parlava di “potenza vitale”), ma per acquisire un metodo con cui si costruiscono problemi. I problemi posti e affrontati con metodo, modificando le rappresentazioni mentali del soggetto, permettono di acquisire nuovi concetti. (Bottero, E. 2022).

La scuola è la prima esperienza sociale del bambino. Affinché sia veramente tale è necessario che sia aperta a tutti e dunque a persone di diverse origini sociali, religiose, familiari. Le classi sono formate in modo eterogeneo per favorire la costruzione di uno spazio sociale comune. A scuola il ragazzo incontra altri ragazzi che non fanno parte della sua comunità e della sua famiglia. A scuola egli dovrà imparare con altri che non ha potuto scegliere come compagni di viaggio. E’ con loro che già a scuola sarà chiamato a costruire un patto di convivenza e di solidarietà. Per costruire questo spazio comune la scuola deve far propri alcuni importanti principi pedagogici (Bottero E., 2016).

Occorre non solo democratizzare l’accesso scolastico, permettendo a tutti di imparare per tutto l’arco della vita, favorendo la mobilità sociale nel permettere a tutti di emanciparsi, ma anche rendere democratico il successo scolastico, favorendo l’acquisizione di strumenti culturali (imparare a pensare) nonché la costruzione della vita collettiva (imparare a vivere insieme). Fin dagli anni ’30 Celestin Freinet aveva compreso che per favorire l’apprendimento degli allievi la pedagogia non doveva limitarsi alla trasmissione di contenuti, ed occorreva utilizzare metodi attivi, ma l’attività degli allievi non è il fine ultimo, bensì il mezzo attraverso il quale gli allievi possano svolgere attività mentale.
E’ molto importante che, facendogli incontrare i saperi e le discipline, questi ultimi non vengano presentati come verità definitive, come oggetti compiuti, ma come il parziale risultato di una continua ricerca. Gli allievi devono sapere che le conoscenze sono state costruite per rispondere a problemi che ci è trovati storicamente ad affrontare…. Per questa ragione oggi possiamo affermare che è necessario acquisire un sapere in termini di competenze. Per noi, invece, sulle orme di Freinet, la competenza significa che “il sapere ha valore per ciò che permette di fare. In questo senso il sapere può suscitare negli allievi il desiderio di possederlo e nell’insegnante il piacere di condividerlo” (Rey, 1998, 55). Il sapere non sottomette le persone ma offre loro la capacità di agire nella società esercitando spirito critico (Bottero E., 2016).

E se tutto può essere messo in discussione, e la verità di un’affermazione non può dipendere dallo status di chi la pronuncia, allora lo stesso insegnante può trovarsi nella situazione di sbagliare, e l’errore rappresenta un momento di passaggio, necessario, per migliorare le proprie competenze e comprendere al meglio il processo di apprendimento. Va da se’, quindi, che all’interno della scuola vada promossa un tipo di valutazione democratica, che segua i principi di giustizia, allontanandosi dai meccanismi di selezione e competizione fra alunni, che favoriscono invece l’esclusione e la marginalità.
Il vero scopo della valutazione deve essere quello di favorire l’apprendimento, fornendo all’insegnante informazioni utili per adeguare e regolare le proprie attività di intervento, adattando gli insegnamenti alle problematiche riscontrare negli allievi ed ai loro bisogni.
Quando la valutazione istituzionale prevale sulla valutazione pedagogica, nasce la competizione tra le persone a sfavore dell’educazione, e l’alunno diventa un oggetto passivo e non più un soggetto direttamente coinvolto.

Lavorare su qualcosa che ha un senso per colui che si trova coinvolto è una dimensione centrale dell’apprendimento. E’ naturalmente una sfida difficile. L’insegnante è sempre combattuto tra due esigenze contrapposte: insegno loro “ciò che li interessa” o “ciò che è nel loro interesse”? Posta così la contraddizione appare insolubile. La scuola, infatti, ha i suoi vincoli di programmi e di tempi e non può partire come vuole dall’interesse estemporaneo degli allievi. Tuttavia la questione resta: è difficile che un soggetto si senta impegnato nell’apprendimento su un oggetto che lo lascia indifferente e di cui non comprende il senso. Ecco dunque un compito della scuola: lavorare sulla motivazione come oggetto, cercare di costruirla. La motivazione si costruisce tutte le volte che l’insegnante riesce a mettere in azione gli allievi su un progetto in cui si sentono pian piano sempre più coinvolti. In democrazia non ha ragione chi urla più forte o chi è investito dall’alto di un’autorità formale ma chi riesce a produrre l’argomentazione più razionale e credibile fino a prova contraria. Se questa esigenza riesce a prevalere nelle attività scolastiche, si trasferirà anche nelle abitudini quotidiane delle future generazioni (Bottero, E., 2017).

Lo scopo della scuola non si esaurisce nel fornire un servizio o nel creare apprendimento, e il fine ultimo non è quello di selezionare i migliori, favorendo la competizione, ma favorire l’emancipazione di ciascuno, in un posto governato da leggi, coinvolgendo e rendendo partecipi del percorso formativo anche i genitori, che sono i primi educatori.

Secondo Philippe Meirieu, “il mondo di oggi ha di fronte a sé alcune sfide importanti: bisogna lottare sia contro l’individualismo sia contro il comunitarismo, rendere tutti capaci di “pensare con la propria testa” e, nello stesso tempo, costruire ‘il bene comune’. Si tratta di due esigenze essenziali per permettere la costruzione di autentiche democrazie e un mondo più giusto. Esse richiedono un’educazione alla cittadinanza che coinvolga tutti gli attori dell’educazione e la scuola in modo particolare. Ci chiederemo ciò che gli insegnanti possono fare per esercitare pienamente il loro ruolo in questo campo”.

Bibliografia
• Barbiana, S., & Milani, L. (2017). Lettera a una professoressa. Edizioni Mondadori.
• Bottero, E., Don Milani: Un’eredità controversa, in “Doppiozero”, settembre 2023.
• Bottero, E. (2022). Freinet pedagogy: the challenges of cognitive psychology and institutional pedagogy. Encyclopaideia, 26(64), 107–113.
• Bottero, E., Meirieu, P., La scuola tra saperi, competenze e discipline, in Cooperazione Educativa, n.4/2018, pp. 10-16
• Bottero, E., La scuola è uno spazio pubblico, in Cooperazione Educativa, n.4/2016, pp.69-73
• Bottero, E. (2017). Costruire la scuola come spazio pubblico. Educazione Aperta, (1), 202-13.
• Scotto di Luzio, Adolfo (2023), L’equivoco don Milani, Torino, Einaudi.