La contemporaneità e la crisi delle relazioni a cura di Piera Campagnoli – Psicoterapeuta

Il tema della crisi delle relazioni ricorre in molti autori che si occupano di analizzare la società contemporanea. Uno di questi è Zygmunt Bauman, professore emerito di sociologia che definisce la nostra socialità “caotica, confusa, sfocata, priva di sfoghi regolari” ( Baumann, La solitudine del cittadino globale, p.11) Una socialità caratterizzata “talvolta da orge di compassione e di carità; talaltra da scoppi di aggressività smisurata contro un nemico pubblico” ( Baumann, La solitudine del cittadino globale, p.11) spesso scaricata in esplosioni sporadiche e spettacolari oppure attraverso espressioni collettive intense di gioia o dolore. Queste espressioni secondo Baumann si consumano rapidamente dopo di che tutto riprende a funzionare normalmente. Secondo Baumann dunque le relazioni sociali oggi sono esagerate e di breve durata. 

Il tema della crisi delle relazioni è affrontato anche da Elena Pulcini che a questo tema dedica “L’individuo senza passioni”. Pulcini sottolinea come oggi si osservi una crisi del legame sociale a causa dell’individualismo che caratterizza l’uomo contemporaneo. L’individualismo si manifesta attraverso un’incessante ricerca di beni materiali, una costante brama di possesso, un desiderio sfrenato di ricchezza che spingono ad accumulare cose in una tensione incessante verso un benessere inteso come soddisfacimento fisico e segno di distinzione sociale.  Sostiene Pulcini che oggi tutto è possibile, tutto virtualmente disponibile, ma questo conduce a rincorrere una cosa dopo l’altra senza fermarsi. L’uomo contemporaneo ha fretta, il tempo è accelerato, ma con questa accelerazione, compare anche un facile scoraggiamento perché il desiderio deve essere appagato subito o si lascia perdere. Si diventa ansiosi, inquieti, insoddisfatti in uno stato che Pulcini definisce di “incolmabile mancanza”. “La predilezione per il successo, per la conquista di mete facili e immediate, l’adesione al capriccio mobile e instabile di desideri sempre nuovi, rivela un’inquietante, inedita perdita di futuro”(Elena Pulcini, “L’individuo senza passioni” p.136)

Assorbiti da una sorta di culto per il presente e di indifferenza per il futuro, c’è difficoltà a proiettarsi nel tempo a investire nelle nuove generazioni. Anche Umberto Galimberti osserva che stiamo attraversando una profonda crisi culturale. “L’individuo è vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti quando non di sensi e di legami affettivi” (Umberto Galimberti, La parola ai giovani, Feltrinelli, p.11)Oggi siamo spinti da una costante avidità di cose e da una accelerazione di tempi cui segue scoraggiamento, delusione, scarso investimento nel futuro, scarsa progettualità. La crisi delle relazioni si manifesta in modo dirompente fra gli adolescenti i quali “non giocano con gli amici, non parlano coi genitori, non alzano la testa dal telefonino, neppure per mangiare. La vita familiare diventa sempre più povera, il degrado dei rapporti umani sempre più evidente” (Aldo Cazzullo, Metti via quel cellulare, pag 7)

Chi sono i giovani d’oggi? Sono nativi digitali, i mezzi informatici modificano il pensiero che perde la sua caratteristica strutturazione per diventare  vago e sfumato. Si perde la dimensione del mondo; ciò che è lontano diventa immediatamente vicino e fruibile, ciò che è vicino non interessa. Cosa manca ai ragazzi di oggi? Secondo Umberto Galimberti ai ragazzi oggi manca la relazione. E la relazione si impara solo dal rapporto personale, si impara attraverso quel contagio che nasce dal fare insieme, dal parlare, dall’entusiasmo che si mette nelle parole, dalla curiosità che fa emergere domande, dall’interesse dell’altro che diventa possibilità di ascolto.

Philippe Merieu sostiene che oggi molti giovani agiscono per impulso. L’impulsività caratterizza le giovani generazioni abituate ad ottenere tutto e subito. I giovani oggi non sanno stare nel desiderio che posticipa, dilaziona ma consente un’elaborazione. I sentimenti richiedono tempo. L’ amore, il dolore, la delusione, la noia, la speranza sono vissuti che richiedono attenzione, tempo. I sentimenti vanno imparati nella relazione, nel dialogo, hanno bisogno della parola e del tempo che la parola richiede. Il femminicidio nasce nell’impulsività. Tutto sempre subito, senza riuscire a stare nel tempo, nel desiderio, senza essere capaci di far crescere l’impulsività e di permetterle di trasformarsi, sfumarsi col tempo che la parola richiede. Si uccide perché è troppo difficile tollerare la distanza, la differenza, il tempo, lo spazio, l’attesa, il desiderio, la speranza, la delusione, la frustrazione. Si uccide perché non si è imparato, nessuno ha insegnato come si fa a tollerare la delusione. Molti giovani non hanno imparato a sopravvivere alla frustrazione, ad andare oltre i NO della vita, a riprogettarsi sulla base di ciò che la mancanza, la perdita hanno insegnato. Relazione è imparare il tempo dei sentimenti, imparare ad andare oltre I NO della vita e a ricostruirsi.

Oggi le relazioni sono in crisi a vari livelli, ma cosa intendiamo per crisi? Crisi è uno stato di incertezza che necessita di un cambiamento. La crisi ci costringe ad allargare lo sguardo a guardare più lontano a vedere se ci sono possibilità, vie nuove da percorrere. Eppure l’essere umano è fondamentalmente sociale. Lo diceva già Aristotele per cui l’essere umano è per sua natura un essere politico che realizza se stesso nella continua interazione e connessione con altri esseri umani: genitori, figli, marito/moglie, amici, cittadini. Lo sviluppo delle nostre capacità ha bisogno del contributo degli altri. L’essere umano non vivrebbe senza qualcuno che lo accudisca e gli consenta di sopravvivere. L’essere umano alla nascita non è in grado di nutrirsi, sa solo piangere, un messaggio che implica che qualcuno ascolti e provveda ai suoi bisogni. La relazione del bambino col mondo comincia con l’accoglienza dei genitori nei confronti del figlio che nasce. Prosegue con l’allattamento dove mamma e neonato cominciano a conoscersi e a relazionarsi. La relazione è garanzia di sopravvivenza e comincia in famiglia attraverso l’esperienza relazionale che la famiglia trasmette.  Un bambino con genitori che gli parlano molto diventa socievole coi coetanei ed ha una carica aggressiva minore.  Il bambino che ha imparato a collaborare  impara a stabilire e rispettare regole per giocare insieme.

La crescita continua con la relazione che stabiliamo con la comunità. L’educazione ci offre conoscenze che ci consentono di occupare un posto nella comunità. Le nostre abilità si costruiscono nella relazione che stabiliamo con l’ambiente. Luigina Mortari, insegnante all’Università di Verona dice “Noi siamo esseri mancanti in continuo stato di bisogno, non siamo esseri finiti, interi, autonomi, autosufficienti nel nostro essere” ( Luigina Mortari, La filosofia della cura, Ed Cortina pag 15) . L’essere umano è mancante. In questa condizione di mancanza è costretto a cercare gli altri.  “Ognuno di noi ha un’inaggirabile necessità della relazione con gli altri” (Luigina Mortari, La filosofia della cura, Ed Cortina p.43) La bisognosità dell’altro si manifesta nel neonato nel fenomeno dell’attaccamento alla figura materna e poi ricompare sotto diverse forme nel corso della vita: “si cerca l’amico/amica con cui sentire di condividere l’essenziale dell’esperienza dell’anima, si cerca l’amante con cui sentirsi tutt’uno fino a dimenticare tutto il resto, si cerca un compagno di azione per dare corpo a un progetto politico” (Luigina Mortari, La filosofia della cura, Ed Cortina p.43) .

Quali soluzioni?

Baumann come soluzione propone la riscoperta dell’Agorà. L’agorà è nell’antica Grecia la piazza al centro della polis, della città dove il popolo si riunisce per prendere decisioni importanti riguardanti la comunità.  ”L’agorà è lo spazio né privato né pubblico, ma più esattamente privato e pubblico al tempo stesso…lo spazio in cui possono nascere e prendere forma idee quali bene pubblico, società giusta o valori condivisi” ( Zygmung Baumann, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli) 

Dice Pulcini pensando al futuro “emerge dunque la necessità di ripensare con urgenza le forme dell’essere-in-comune capaci di riattivare la partecipazione alla vita pubblica, la sensibilità al bene collettivo” (Elena Pulcini, “L’individuo senza passioni”  pag 17) Per questo occorre  riattivare “ passioni orientate all’alleanza e alla solidarietà, alla pietas e alla cura dell’altro” (Elena Pulcini, “L’individuo senza passioni”  pag 18) Occorre “Un desiderio dell’altro quale oggetto della propria tensione relazionale, del proprio bisogno di legame e di appartenenza” (Elena Pulcini, “L’individuo senza passioni”  pag.18)  La relazione diventa un bisogno dell’Io che sente un autentico interesse per l’altro, per l’alleanza, per il legame. La relazione con l’altro non è altruismo, ma è una realizzazione di un bisogno costitutivo dell’essere della persona. Il dono “coniuga individualismo e appartenenza, autorealizzazione e solidarietà, autenticità e reciprocità superando ogni sterile dicotomia fra individualismo e comunitarismo” (Elena Pulcini, “L’individuo senza passioni”  pag.19)

Cosa possono fare oggi le singole persone? Quello che ci dice Pulcini è che innanzitutto bisogna comprendere quello che sta succedendo, riuscire a vedere, a leggere ciò che caratterizza l’essere umano contemporaneo. Dal pensiero di Pulcini emerge che una risorsa possibile per una trasformazione migliorativa è il considerare l’essere umano come fondamentalmente relazionale e come capace di trovare forme di relazione più efficaci. Pulcini vede il miglioramento nel migliorare l’attitudine alla cura. Cura non è altruismo sacrificale, ma è la capacità di far emergere la naturale predisposizione a vedere l’altro, a empatizzare con lui a fare insieme.

In tema di progettualità si può citare Carl Rogers che vede il miglioramento nell’aiutare le persone a tirar fuori quelle competenze latenti, soffocate, ma presenti che possono emergere se ascoltate. Rogers ci ha dato molti insegnamenti in tema di relazione, ha studiato le modalità disfunzionali e identificato le strutture comunicative più efficaci. Una buona relazione non deve essere quella in cui ci si sostituisce all’altro, non deve essere una relazione consolatoria che sminuisce il dolore dell’altro. Una buona relazione è quella fondata sull’ascolto in cui secondo una modalità maieutica si favorisce l’emergere di ciò che il nostro interlocutore sta sentendo o pensando. La relazione fondata sull’ascolto diventa una relazione di crescita per entrambi, una relazione che favorisce il superamento dell’individualismo e la costruzione di relazioni collaborative fondate sull’ascolto reciproco e sul fare insieme.  

Bibliografia
Zygmund Baumann, La solitudine del cittadino globale, Universale Economica Feltrinelli, 2008.
Aldo Cazzullo, Metti via quel cellulare, Mondadori, 2017.
Philippe Merieu, Lettera agli adulti sui bambini di oggi, Ed Iunior, 2012. 
Luigina Mortari, Filosofia della cura, Raffaello Cortina, 2015.
Elena Pulcini, L’individuo senza passioni, Bollati Boringhieri, 2020.
Carl Rogers, Potere personale, Astrolabio,1977.
Roberto Rossi, Aristotele; l’arte di vivere, Franco Angeli, 2018.