“Coppie ad alta conflittualità: decodificare il linguaggio del conflitto per trasformare la relazione” – a cura di Dott.ssa Calamita Alessia e Dott.ssa Galbusera Elisabetta Lucia
1. Introduzione
1.1 Definizione di coppia ad alta conflittualità
Quando si parla di coppie ad alta conflittualità, non ci si riferisce semplicemente a partner che litigano frequentemente. Come ha evidenziato il ricercatore John Gottman (1994), pioniere nello studio delle dinamiche di coppia, «non è l’assenza di conflitto a caratterizzare una relazione sana, ma la capacità di gestirlo in modo costruttivo». Il problema cruciale, quindi, non risiede nella presenza di divergenze, che sono inevitabili e anzi salutari, quanto nel modo disfunzionale e distruttivo in cui queste vengono affrontate.
Christensen & Shenk (1991) hanno fatto un’osservazione illuminante: il problema vero non sta tanto nei contenuti delle discussioni, ma nel come si discute. Mentre le coppie che funzionano bene riescono a usare i conflitti come momenti di crescita, un po’ come quando si lima una pietra preziosa per farla brillare di più, quelle conflittuali li vivono come demolizioni reciproche.
In molte relazioni, il conflitto quotidiano diventa un sottofondo logorante, un rumore di fondo che sostituisce il dialogo. Le coppie si ritrovano a litigare praticamente ogni giorno, spesso per questioni che, in superficie, appaiono come sciocchezze, ma che nascondono dolori più profondi e inespressi. Queste discussioni raramente trovano una soluzione immediata; al contrario, hanno la caratteristica di protrarsi per ore, in un’estenuante guerra di logoramento, per poi essere misteriosamente interrotte e riprese il giorno successivo come se non fosse mai passato del tempo (Christensen & Shenk 1991)
All’interno di questo circolo vizioso, il tono di voce normale diventa un retaggio di un passato remoto: le voci si alzano, i toni si caricano di astio e sarcasmo e la comunicazione civile viene completamente meno. Il momento più critico, tuttavia, arriva al termine dello scontro. Dopo la lite, cala un silenzio pesante, carico di risentimento, in cui nessuno dei due sa come fare pace, come spezzare il ghiaccio e ripristinare un minimo di connessione. È in questo vuoto che fanno capolino le frasi più terribili e assolute, killer della comunicazione come “Tu fai sempre…” o “Tu non capisci mai…”, generalizzazioni che etichettano l’altro e che, invece di risolvere il problema, cementificano le posizioni, trasformando un disaccordo in un giudizio irrevocabile sulla persona (Christensen & Shenk 1991)
La casa, che dovrebbe essere il rifugio dal mondo, diventa il posto dove ci si sente più sotto stress. Paradossalmente, molte di queste coppie continuano a stare insieme, come se la familiarità del conflitto fosse preferibile all’incertezza del cambiamento. La gravità oggettiva dei problemi conta poco, ci sono coppie che litigano furiosamente per il dentifricio non rimesso al suo posto, mentre altre attraversavano problemi finanziari seri con relativa serenità. È proprio la qualità dell’interazione e non il contenuto che fa la differenza (Christensen & Shenk, 1991).
1.2 Rilevanza clinica e sociale del fenomeno
Non possiamo sottovalutare l’impatto che questi pattern hanno sulla salute mentale e fisica delle persone coinvolte. Gli studi di Whisman (2013) hanno dimostrato che vivere in un clima di conflitto cronico aumenta significativamente il rischio di sviluppare ansia e depressione. L’effetto non si ferma ai partner, i figli che crescono in queste famiglie spesso portano cicatrici che si manifestano in difficoltà emotive e comportamentali. L’impatto del conflitto è un problema che non rimane confinato nella sfera privata, ma che si espande a cerchi concentrici, coinvolgendo prima la coppia ed estendensi al nucleo familiare più stretto (Cummings & Davies,2010).
2. Dinamiche Emotive e Funzionamento della Coppia Conflittuale
2.1 Cicli di attaccamento e disimpegno emotivo
Per capire davvero cosa succede in queste coppie, dobbiamo fare un passo indietro e guardare a come ognuno di noi ha imparato ad amare ed a essere amato. La teoria dell’attaccamento di John Bowlby (1969, 1973, 1980) ci offre una chiave di lettura fondamentale: molti dei nostri comportamenti in una relazione adulta riflettono le strategie (definite “modelli operativi interni”) che abbiamo sviluppato da bambini per ottenere amore e sicurezza dalle nostre figure di riferimento.
Immaginiamo una coppia dove lei ha sviluppato, da bambina, uno stile di attaccamento ansioso-preoccupato o ambivalente (Ainsworth, Blehar, Waters, & Wall, 1978), avendo imparato che per essere amata deve “fare rumore”, richiedere attenzione in modo intenso, anche a costo di sembrare esigente. Lui, invece, è cresciuto con uno stile di attaccamento evitante (Ainsworth et al., 1978), in una famiglia dove mostrare troppo le emozioni era visto come segno di debolezza, quindi ha imparato a sopprimere i suoi bisogni e a ritirarsi quando le cose si fanno intense.
Cosa succede? Questa dinamica è un classico esempio di quello che gli psicologi John Gottman e Sue Johnson definiscono un “ciclo negativo” o una “danza” disfunzionale della coppia (Gottman, 1999; Johnson, 2008). Lei, sentendo che lui si allontana (un trigger per la sua paura di abbandono), aumenta le richieste di attenzione e rassicurazione (un comportamento che Gottman chiama “incalzare”). Lui, sentendosi sotto pressione e criticato (un trigger per la sua paura di intrusione e vulnerabilità), si ritira ancora di più (comportamento di “ritirarsi”). È un circolo vizioso perverso dove, come sottolinea Johnson (2008), entrambi i partner, pur cercando disperatamente di proteggersi, finiscono per confermare e amplificare le peggiori paure dell’altro, ottenendo esattamente quello che più temono: lei sperimenta l’abbandono che la terrorizza, lui si sente soffocato e criticato.
2.2 Ruolo delle emozioni primarie: rabbia, paura e vergogna
Ciò che emerge durante un conflitto di coppia, come la rabbia, il disprezzo e il distacco, rappresenta spesso il livello superficiale dell’esperienza emotiva. Tali manifestazioni, definite emozioni secondarie, sono reazioni difensive tese a proteggere l’individuo dalla vulnerabilità associate a emozioni primarie più profonde e dolorose (Greenberg & Goldman 2008). Ad esempio, un’esplosione di rabbia può mascherare un terrore di abbandono.
Queste strategie difensive, sebbene adattive in origine, risultano profondamente disfunzionali nella relazione di coppia, innescando profezie che si autoavverano, il comportamento difensivo di un partner elicita proprio quelle risposte nell’altro che confermano le paure originarie (Greenberg & Goldman, 2008).
2.3 Conflitti di potere e dinamiche di controllo
Quando osserviamo una coppia che litiga per il controllo, raramente si tratta davvero di potere fine a sé stesso. Dietro a un atteggiamento dominante spesso c’è un bisogno disperato di essere visti e riconosciuti. Dietro alla sottomissione apparente può nascondersi un modo sottile di mantenere l’autonomia attraverso il ritiro (Sullivan 1953).
Sullivan (1953) ha evidenziato come queste dinamiche si cristallizzino in ruoli fissi pertanto c’è quello che comanda e quello che subisce, quello che attacca e quello che si difende. Ma questi ruoli sono trappole per entrambi, perché impediscono il vero incontro tra due persone che, in fondo, vogliono solo amarsi e sentirsi amate.
La problematica di questi schemi, nati come tentativo di protezione, finisce per creare proprio quell’ambiente relazionale arido che i partner cercavano di evitare (Sullivan 1953).
3. Comunicazione Disfunzionale nella Coppia
3.1 Stili comunicativi patologici (critica, disprezzo, controaccusa, ritiro)
Gottman (1994) identifica 4 indicatori di crisi, “I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”, questi sono i segnali più chiari che una relazione è in grave pericolo. Non sono semplici errori di comunicazione, ma veri e propri veleni relazionali.
La critica è subdola perché spesso inizia come una lamentela legittima, ma poi degenera in un attacco alla persona. C’è una differenza enorme tra dire “Mi dispiace che tu abbia dimenticato di chiamare” e “Sei sempre così sbadato e menefreghista”. Il primo apre al dialogo, il secondo ferisce e basta.
Il disprezzo è probabilmente il più distruttivo. Quando uno dei partner alza gli occhi al cielo, fa battute sarcastiche o usa quel tono banale, sta comunicando superiorità e disgusto, aspetto che può ferire emotivamente il partner. Non a caso, le coppie con alti livelli di disprezzo hanno un tasso di separazione che supera il 90%.
La controaccusa è la classica mossa difensiva, invece di ascoltare quello che l’altro sta dicendo, si ribalta immediatamente la situazione. “Sì, ma tu ieri hai fatto di peggio!”. È comprensibile come reazione, ma blocca qualsiasi possibilità di risolvere il problema originale.
Il ritiro emotivo è forse il più doloroso da osservare. Quando uno dei partner smette completamente di reagire, quando non risponde più neanche alle provocazioni, spesso significa che ha alzato bandiera bianca e questa non è indifferenza ma è disperazione.
3.2 Il modello demand-withdraw (domanda-ritiro)
Il modello domanda-ritiro di Christensen & Heavey (1990) descrive una dinamica disfunzionale per cui un partner, spinto da ansia o insoddisfazione, avanza ripetute richieste di cambiamento (domanda), mentre l’altro per evitare il conflitto risponde con un progressivo ritiro emotivo o fisico (ritiro).
Questo schema crea un ciclo di rinforzo negativo perché la domanda intensifica il ritiro, percepito a sua volta come rifiuto, il che alimenta ulteriori richieste. La ricerca indica che, sebbene nelle coppie eterosessuali sia spesso la donna a richiedere e l’uomo a ritirarsi, l’effetto dannoso sulla relazione è determinato dalla dinamica in sé, non dal genere dei partner (Eldridge & Christensen, 2002).
3.3 Comunicazione non verbale ed escalation del conflitto
Il corpo parla, anche quando non vogliamo. Paul Ekman (1972), pioniere nello studio delle emozioni, ha rivelato come le microespressioni facciali, un labbro che si contrae in segno di disprezzo, uno sguardo sfuggente della durata di millisecondi, siano universali e inconsciamente registrate dal nostro cervello, influenzando le nostre percezioni.
La comunicazione non verbale però va oltre il volto. È nei corpi che si irrigidiscono, nelle braccia conserte che erigono barriere, in un tono di voce. Come sottolineano gli esperti di dinamiche relazionali, è impossibile non comunicare perché ogni gesto, ogni postura, invia un segnale (Watzlawic 1967).
Secondo gli studi John, quando la frequenza cardiaca supera i 100 bpm a causa dello stress, la nostra capacità di ascoltare e ragionare crolla. Il cervello razionale “va offline”, lasciando il controllo all’amigdala e al sistema limbico, che innescano una primitiva reazione di “lotta o fuga”, azzerando l’empatia e le abilità di problem-solving (Gottman Institute, anni ’90),
4. Fattori Scatenanti e Mantenimento del Conflitto
4.1 Cause individuali (stili di attaccamento, tratti di personalità, trauma)
Non tutte le persone arrivano in una relazione con lo stesso carico emotivo. Alcuni portano con sé stili di attaccamento ansiosi o evitanti, sviluppati nelle prime relazioni significative con i genitori (Hazan & Shaver 1987). Altri hanno tratti di personalità che li rendono più vulnerabili al conflitto: impulsività, narcisismo, difficoltà nella regolazione emotiva (Millon 1996). Inoltre ci sono le ferite del passato (traumi, abbandoni, tradimenti) che non sono mai stati davvero elaborati e che continuano a influenzare il presente come fantasmi invisibili.
4.2 Fattori relazionali (mancanza di negoziazione, aspettative irrealistiche)
Alcune coppie semplicemente non hanno mai imparato a negoziare. Non sanno come trovare compromessi, come cedere su alcune cose per ottenerne altre, come trasformare un conflitto in un’opportunità di crescita comune (Jacobson & Christensen 1996).
Il problema non risiede nelle aspettative irrealistiche in sé, ma nel modo in cui queste vengono gestite. Pensieri come aspettarsi che un partner capisca sempre ogni emozione senza comunicazione, o credere che una relazione senza conflitti sia l’unica possibile, sono trappole mentali. Sebbene siano credenze comprensibili e diffuse, il loro effetto è quello di generare una delusione cronica, perché creano un divario inevitabile tra l’ideale romantico e la realtà di una relazione (Jacobson & Christensen 1996).
4.3 Influenze esterne (stress socio-economico, isolamento)
Non possiamo dimenticare che le coppie non vivono nel vuoto. Pressioni economiche, stress lavorativo, mancanza di supporto sociale amplificano le tensioni interne (Karney & Bradbury, 1995). Quando si è già sotto pressione, anche un piccolo conflitto può esplodere in modo sproporzionato.
5. Conseguenze del Conflitto Cronico
5.1 Impatto sul benessere psicologico dei partner
Vivere in un clima di tensione continua non è solo emotivamente estenuante, ma ha conseguenze concrete sulla salute fisica e mentale. Le ricerche di Whisman (2001) hanno documentato come il conflitto cronico generi uno stato di allerta permanente: il sistema nervoso rimane costantemente attivato, come se ci fosse sempre un pericolo in agguato.
I sintomi sono tangibili: mal di testa frequenti, problemi digestivi, insonnia e sistema immunitario indebolito. Dal punto di vista emotivo, molti partner sviluppano ansia generalizzata ed episodi depressivi. Si instaura una sorta di “impotenza appresa”: la convinzione che qualsiasi tentativo di migliorare la situazione sia destinato al fallimento. C’è poi il fenomeno del “contagio emotivo”: il malumore di uno si trasmette inevitabilmente all’altro, creando un’atmosfera domestica carica di negatività. Con il tempo, alcuni sviluppano veri e propri sintomi da stress post-traumatico relazionale (Whisman 2001)
5.2 Rischio di cronicizzazione e deterioramento del legame
Gottman & Levenson (1995) hanno descritto con precisione come i conflitti non risolti si sedimentino nel tempo, diventando abitudini relazionali sempre più radicate. Ogni litigio scava un solco più profondo, rendendo sempre più probabile che i futuri conflitti seguano lo stesso copione distruttivo.
Il deterioramento segue spesso una progressione prevedibile prima si smette di condividere gioie e vulnerabilità poi si sviluppa una “narrativa negativa” dove ogni comportamento viene interpretato nel peggiore dei modi infine si riducono i gesti spontanei di affetto e cura.
Molte coppie arrivano a quello che potremmo chiamare “armistizio emotivo” pertanto si evitano i conflitti aperti, ma al prezzo di un vuoto relazionale ancora più desolante.
5.3 Correlazione con dinamiche di violenza psicologica o fisica
Il confine tra conflitto cronico e abuso è più sottile di quanto si creda. Le ricerche di Holtzworth-Munroe (1994) mostrano come certi pattern conflittuali possano gradualmente evolvere verso forme di violenza sempre più gravi.
Inizia spesso con la violenza psicologica: svalutazioni costanti, manipolazione della realtà (gaslighting), isolamento sociale. Poi può comparire il controllo economico e nei casi più gravi la violenza fisica vera e propria. Particolarmente insidiosa è quella che viene chiamata “violenza a bassa intensità”. Si tratta di aggressioni che non lasciano segni visibili ma che, ripetute nel tempo, erodono l’autostima e la capacità di reazione del partner (Holtzworth-Munroe 1994)
È importante precisare che non tutte le coppie conflittuali arrivano alla violenza, ma quasi tutte le coppie violente hanno attraversato fasi di conflitto cronico non gestito.
6. Intervento Psicologico con Coppie Ad Alta Conflittualità
Quando una coppia arriva in terapia con anni di conflitti alle spalle, il lavoro del terapeuta assomiglia un po’ a quello di un archeologo delle emozioni (Johnson, 2004). Bisogna scavare delicatamente tra gli strati di dolore, risentimento e abitudini disfunzionali per ritrovare quella connessione originaria che ha fatto innamorare quelle due persone (Johnson, 2004).
La fase di assesment: Tutto inizia con una valutazione approfondita che va ben oltre il semplice “raccontatemi cosa non va” (Gottman, 1999). Il terapeuta deve comprendere i pattern comunicativi specifici di quella coppia, i loro copioni ricorrenti, i pulsanti emotivi che scatenano le reazioni più intense, le dinamiche di potere che si sono cristallizzate nel tempo. Si osservano gli stili di attaccamento di ciascun partner (Bowlby, 1969) come hanno imparato ad amare e ad essere amati nelle loro famiglie d’origine. Quali ferite portano dal passato? Quali sono i loro bisogni relazionali fondamentali e come li esprimono (spesso in modo disfunzionale)?
Tecniche di mediazione e gestione del conflitto: una volta completata questa mappatura, si passa all’insegnamento di strumenti concreti (Christensen & Heavey, 1990). Può sembrare banale, ma molte coppie non sanno come discutere in modo costruttivo. Imparare a fare una pausa quando la discussione si scalda, a riformulare quello che l’altro ha detto prima di rispondere, ad esprimere i propri bisogni senza attaccare, sono competenze che si possono apprendere con la pratica (Christensen & Heavey, 1990).
Diversi approcci hanno dimostrato efficacia scientifica: la Terapia Cognitivo-Comportamentale di Coppia (CBCT; Epstein & Baucom, 2002) aiuta a riconoscere e modificare quei pensieri automatici che alimentano i conflitti. Quante volte abbiamo sentito dire “Lo fa apposta per farmi arrabbiare” o “Non cambierà mai”? Questi pensieri, spesso distorti, diventano profezie che si autoavverano.
L’Emotionally Focused Therapy (EFT; Johnson, 2004) lavora invece sulle emozioni primarie che si nascondono dietro le proteste e le recriminazioni. Quella rabbia che esplode quando il partner dimentica un appuntamento importante, per esempio potrebbe nascondere una paura più profonda di non essere importanti per l’altro.
La terapia non si ferma alla comprensione (Gottman, 2015). Insegna tecniche pratiche per la vita quotidiana: come iniziare una conversazione difficile senza mettere l’altro sulla difensiva, come riconnettersi dopo un litigio, esercizi per calmarsi quando le emozioni diventano troppo intense. L’obiettivo non è eliminare tutti i conflitti, cosa peraltro impossibile, ma trasformarli da momenti distruttivi a opportunità di crescita condivisa.
7. Strategie di Prevenzione e Gestione del Conflitto
7.1 Modelli di comunicazione efficace nella coppia
Il metodo Gottman & Silver (1999) enfatizza l’importanza di esprimere i propri bisogni senza ferire l’altro: sembra semplice, ma in realtà richiede un vero e proprio cambio di paradigma mentale; invece di esprimersi con le seguenti parole: “sei un egoista! pensi solo a te stesso!”; sarebbe auspicabile sostituire la frase con “Mi sono sentito trascurato quando hai preso tale decisione senza consultarmi” (Gottman, 1994). La differenza è sottile ma fondamentale: nel primo caso, il nostro atteggiamento è aggressivo nei confronti dell’altra persona, mentre, nel secondo caso, descriviamo le nostre sensazioni ed emozioni.
7.2 Coltivare empatia e ascolto autentico
L’ascolto vero è probabilmente il regalo più grande che possiamo fare al nostro partner (Rogers, 1951). Troppo spesso, durante le discussioni, siamo fisicamente presenti ma mentalmente impegnati a preparare la nostra difesa o la nostra controreplica. L’ascolto attivo ci chiede invece un atto di generosità: sospendere momentaneamente le nostre ragioni per dedicarci completamente a comprendere il mondo interiore dell’altro.
7.3 Comprendere i cicli relazionali
La conoscenza è potere, specialmente quando si tratta di dinamiche di coppia (Markman et al., 2010). Molte relazioni si arenano perché i partner interpretano i loro conflitti come segni di incompatibilità fondamentale, senza rendersi conto che certi schemi sono universali e, soprattutto, modificabili. La psicoeducazione offre una mappa per orientarsi in questo territorio complesso.
8. Conclusioni
Le coppie conflittuali non sono condannate a lasciarsi. Con consapevolezza, impegno e guida esperta è possibile sostituire i cicli disfunzionali con nuovi copioni.
Queste dinamiche, per quanto radicate, non sono immutabili. L’intervento terapeutico efficace può offrire una via d’uscita, purché sia disposto a lavorare su più livelli contemporaneamente. Non basta insegnare tecniche di comunicazione, bisogna andare più in profondità: decostruire gli schemi disfunzionali, esplorare le ferite che alimentano le reazioni impulsive, creare nuovi spazi di incontro autentico. Solo un approccio davvero integrato, che tenga conto sia della storia individuale che delle dinamiche relazionali, può offrire una speranza concreta di cambiamento duraturo.
Bibliografia e Sitografia
Fonti primarie e testi fondamentali
- Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss, Vol. 1: Attachment. New York: Basic Books.
- Bowlby, J. (1973). Attachment and Loss, Vol. 2: Separation: Anxiety and Anger. New York: Basic Books.
- Gottman, J. M. (1994). What Predicts Divorce? The Relationship Between Marital Processes and Marital Outcomes. Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum Associates.
- Gottman, J. M., & Silver, N. (1999). The Seven Principles for Making Marriage Work. New York: Harmony Books.
- Johnson, S. M. (2004). The Practice of Emotionally Focused Couple Therapy: Creating Connection (2nd ed.). New York: Brunner-Routledge.
- Greenberg, L. S., & Goldman, R. N. (2008). Emotion-Focused Couples Therapy: The Dynamics of Emotion, Love, and Power. Washington, DC: American Psychological Association.
- Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of attachment: A psychological study of the strange situation. Lawrence Erlbaum
- Johnson, S. M. (2008). Hold me tight: Seven conversations for a lifetime of love. Little, Brown Spark.
Studi empirici e articoli scientifici
- Christensen, A., & Shenk, J. L. (1991). “Communication, conflict, and psychological distance in nondistressed, clinic, and divorcing couples.” Journal of Consulting and Clinical Psychology, 59(3), 458-463.
- Karney, B. R., & Bradbury, T. N. (1995). “The longitudinal course of marital quality and stability: A review of theory, method, and research.” Psychological Bulletin, 118(1), 3-34.
- Whisman, M. A. (2001). “The association between depression and marital dissatisfaction.” In S. R. H. Beach (Ed.), Marital and Family Processes in Depression (pp. 3-24). Washington, DC: American Psychological Association.
- Holtzworth-Munroe, A., & Stuart, G. L. (1994). “Typologies of male batterers: Three subtypes and the differences among them.” Psychological Bulletin, 116(3), 476-497.
- Epstein, N. B., & Baucom, D. H. (2002). Enhanced Cognitive-Behavioral Therapy for Couples: A Contextual Approach. Washington, DC: American Psychological Association.
- Gottman J.M. 1990 Studi sull’analisi delle coppie il flooding fisiologico. The Gottman Istitute
Risorse online
- American Association for Marriage and Family Therapy. (2023). Clinical Resources for Couples. https://www.aamft.org
- Society for Couple and Family Psychology. (2023). Division 43 of the American Psychological Association. https://www.div43.org
- Couple and Family Therapy Network. (2023). Evidence-Based Practices. https://www.cftn.org





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