“ADHD e disturbo da uso di sostanze (DUS)” – a cura della dott.ssa Valentina Longo

Chi convive con l’ADHD ha una probabilità maggiore di sviluppare problemi legati all’uso di sostanze o alcol. Questo, però, non significa che accadrà necessariamente: conoscere i fattori di rischio è il primo passo per prevenirli.

Perché le persone con ADHD hanno un rischio maggiore di sviluppare una dipendenza? È solo una questione di impulsività oppure c’è qualcosa di più? Negli ultimi anni la ricerca ha mostrato che tra ADHD e disturbo da uso di sostanze esiste un legame complesso, che coinvolge il funzionamento del cervello, la regolazione delle emozioni e il modo in cui una persona cerca di affrontare il proprio disagio. Il deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è un disturbo che definisce le modalità di funzionamento di una persona sia sul versante cognitivo che affettivo, pertanto, influenza le interazioni sociali, la gestione della quotidianità e degli stati emotivi. Nello specifico il DSM-5 definisce il disturbo come “un pattern persistente di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento o lo sviluppo”. In tale ottica, l’ADHD aumenta il rischio di sviluppare altre condizioni, tra cui il disturbo da uso di sostanze (DUS), vale a dire un uso della sostanza che diventa difficile da controllare e finisce per compromettere la vita quotidiana.

Cosa ci dicono i dati

La relazione tra ADHD e dipendenze non è soltanto un’impressione clinica: è confermata da numerosi studi internazionali. I dati epidemiologici mostrano che nella popolazione adulta i soggetti con DUS presentano una prevalenza di ADHD di 3 volte superiore rispetto alla popolazione generale (Wilsens, 2004), dimostrando l’associazione tra le due condizioni che tendono a coesistere più frequentemente rispetto a quanto ci si aspetterebbe nella popolazione generale. Il 10% dei soggetti in età adulta con ADHD presenta sintomi riconducibili ad un disturbo da uso di sostanze e circa il 30% dei soggetti adulti con DUS presenta sintomi riconducibili ad una diagnosi di ADHD. All’origine di questo legame, secondo molti autori, ci sarebbe una predisposizione comune o la condivisione di fattori di rischio o la vulnerabilità condivisa, considerando che ADHD e dipendenze sono manifestazioni di una disfunzione comune nei circuiti cerebrali della regolazione e della ricompensa. In tale ottica, l’uso di sostanze non è una ricerca edonistica del piacere ma un tentativo di automedicazione per calmare il rumore di fondo e sentirsi “normali”. Inoltre, alcune caratteristiche dell’ADHD, come l’elevata impulsività, portano ad una precoce esposizione alle sostanze e al loro utilizzo a scopo “autoterapeutico” per la gestione di alcuni stati non altrimenti compensati (Khantzian, 2013). Questo avviene perché la persona agisce d’istinto, senza fermarsi troppo a riflettere e ciò può rendere più difficile resistere a comportamenti che danno una gratificazione immediata. In particolare, l’uso di sostanze potrebbe aiutare nel miglioramento dell’attenzione e delle funzioni esecutive, motivo per cui questo effetto viene attivamente ricercato. Questo è il senso secondo alcuni autori per cui l’ADHD potrebbe rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo di un susseguente DUS.

“Molto più di una ricerca di piacere, l’uso cronico di sostanze è il tentativo di fuggire dal disagio.” (Gabor Matè)

L’uso di sostanze è descritto dai soggetti come una strategia di automedicazione. Secondo questa teoria molte persone con ADHD non cercano la sostanza per “sballarsi” ma per ottenere qualcosa che faticano a raggiungere spontaneamente: sentirsi più calme, più concentrate o meno sopraffatte dai propri pensieri. Viene riportato spesso, infatti, che gli effetti calmanti della sostanza assunta consentirebbero lo svolgimento delle attività quotidiane, favorendo una sensazione di calma che si contrappone allo stato di ipereccitazione tipico nell’ADHD. Molti altri soggetti con diagnosi di ADHD tendono a cercare stimolazione e a gestire il disagio emotivo tramite la sostanza. Se da un lato, quindi, l’uso di sostanze conduce ad una sensazione di calma, dall’altro influenza le modalità cognitive dell’individuo e contribuisce ad un graduale peggioramento del funzionamento globale innescando una dipendenza.

Quali sono le sostanze più ricercate?

L’interazione tra Deficit dell’impulsività e iperattività e Disturbo da uso di sostanze, varia a seconda della molecola coinvolta. Ad esempio molti soggetti utilizzano la cocaina perché si sentono maggiormente lucidi, al contrario dei soggetti neurotipici in cui la sostanza provoca un effetto di euforia e iperattivazione; altri soggetti utilizzano l’alcol per “spegnere il cervello”; altri ancora utilizzano i cannabinoidi per gestire l’insonnia e l’agitazione psicomotoria o la nicotina per modulare il rilascio della dopamina, neurotrasmettitore responsabile della gratificazione e della ricompensa. Sebbene siano presenti questi aspetti che aiutano il soggetto con diagnosi di ADHD a “funzionare” meglio, il costo è molto alto perché induce alla dipendenza. Il soggetto, infatti, gradualmente non riuscirà a fare a meno di utilizzare la sostanza che diventerà l’unico modo per giugnere al livello di calma e lucidità.

Deficit delle Funzioni Esecutive

Diverse sono le teorie a supporto di queste tesi che pongono i meccanismi neuronali al centro. Un esempio è il Deficit delle Funzioni Esecutive. Per capire questo meccanismo possiamo immaginare il cervello come un’automobile. La corteccia prefrontale rappresenta i freni: ci permette di fermarci, riflettere e valutare le conseguenze delle nostre azioni. Nell’ADHD questi “freni” possono funzionare meno efficacemente. Di conseguenza le ricompense immediate, come quelle offerte dalle sostanze, risultano molto più difficili da ignorare rispetto ai benefici futuri, come mantenersi in salute.

Quali trattamenti?

I soggetti con diagnosi di ADHD che utilizzano le sostanze per gestire gli stati di impulsività e iperattività presentano una bassa motivazione alla cura. Per tale ragione è fondamentale costruire un trattamento integrato e multidisciplinare e, in un primo momento, stabilizzare le condotte impulsive attraverso un intervento motivazionale che permetta di migliorare l’aderenza al progetto di cura e la consapevolezza dei propri bisogni. Risulta importante, successivamente, proseguire con interventi psicoterapeutici che possano intervenire sui sintomi maggiormente problematici di tale legame ADHD-DUS. In particolare, gli studi mostrano come interventi di tipo Cognitivo Comportamentale (Cognitive Behaviour Therapy – CBT integrata) possano aiutare il soggetto nel ridurre i sintomi. Tali trattamenti risultano efficaci sia a livello individuale che familiare, dimostrando l’importanza del coinvolgimento della rete di riferimento della persona. Inoltre, risultano particolarmente significativi gli interventi psicoeducativi che aiutano il soggetto ad acquisire le nozioni di base della propria condizione clinica e ad adottare strumenti per risolvere i problemi e comunicare in modo efficace. È possibile prevedere, allo stesso modo, un intervento farmacologico che deve essere ritagliato specificatamente sul soggetto. Questo dimostra l’importanza di una presa in carico multidisciplinare: la persona deve avvalersi di una “rete” composta da diversi specialisti che possano agire perseguendo un obiettivo comune. Il trattamento, in conclusione, dovrebbe sempre combinare i trattamenti farmacologici ad interventi psicoeducativi, motivazionali e psicologici.

Intervenire precocemente può fare una grande differenza nella qualità di vita della persona.

Bibliografia

  • Gould, T. J. Addiction and cognition. Addict. Sci. Clin. Pract. 5, 4–14 (2010)

  • Wilens, T. E. Attention-deficit/hyperactivity disorder and the substance use disorders: the nature of the relationship, subtypes at risk, and treatment issues. Psychiatr. Clin. North Am. 27, 283–301 (2004).

  • Khantzian, E. J. Addiction as a self-regulation disorder and the role of self-medication. Addict. Abingdon Engl. 108, 668–669 (2013).

  • Migliarese, G & Zita, G (2019). ADHD e disturbo da uso di sostanze. Peculiarità diagnostiche, cliniche e di trattamento. Psichiatria Oggi XXXIII, 1, 74-84.

  • Wilens, T. E. & Fusillo, S. When ADHD and substance use disorders intersect: relationship and treatment implications. Curr. Psychiatry Rep. 9, 408–414 (2007).