“Io divorzio da te, io divorzio, e io divorzio”. Prospettive interculturali sul divorzio. a cura della Dott.ssa Ilaria Pinto

“Caro marito, poiché sei occupato con altre donne, annuncio con la presente il nostro divorzio.
Io divorzio da te, io divorzio, e io divorzio.
Abbi cura di te. La tua ex moglie”

Mahra bin Mohammed bin Rashid al Maktoum, principessa di Dubai, nonché figlia del vicepresidente e primo ministro degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Rashid Al Maktoum, ha deciso di usare i social per divorziare pubblicamente da suo marito, il ricco imprenditore Mana Bin Mohammed Al Maktoum: un atto incredibile di emancipazione, se consideriamo che negli Emirati Arabi Uniti la legge seguita è la shari’a (in arabo شريعة sharīʿa “legge”; letteralmente “strada battuta”, “il cammino che conduce alla fonte a cui abbeverarsi”). Nella shari’a, infatti, non è previsto il divorzio, tanto meno da parte di una donna. Esiste il ripudio
(ṭalāq, in arabo طلاق ), la forma prevista dalla legge islamica che consente agli uomini, unici titolari di tale diritto, di divorziare dalla propria moglie. Nello specifico questa modalità si chiama il ṭalāq-ul sunnat ed è una tipologia di separazione revocabile attuato secondo le seguenti modalità: dopo aver pronunciato il primo ṭalāq, il marito deve aspettare il successivo ciclo lunare, prima di poter ripetere la formula. Questo intervallo di tempo consente all’uomo il privilegio di poter ritornare sui propri passi; alla pronuncia del terzo ṭalaq, però, la separazione ha effetto giuridico e vincolante.
Ecco che, allora, risulta potentissima e rivoluzionaria la formula usata dalla principessa araba, che, anche attraverso l’uso consapevole dell’inglese, cambia le carte in tavola, diventando lei a divorziare triplicemente dal marito.

Lo scalpore di questa notizia, quindi, non risiede tanto nella dinamica, che potrebbe risultare alle orecchie di noi occidentali assolutamente quotidiana e normale conseguenza dei fatti descritti (il presunto adulterio, in questo caso), quanto nel panorama storico, sociale e culturale che caratterizza questo paese.
Tale notizia ci dà lo spunto per aprire lo sguardo verso altre realtà più o meno lontane dalle nostre, constatare le opinioni comuni e quelle molto diverse, per renderci conto della complessità di cui noi siamo solo un piccolo aspetto. La maggior parte dei paesi mondiali, ormai, hanno legalizzato la procedura del divorzio (tra queste consideriamo, anche se molto diversa, la formula del ripudio sopracitata, appartenente agli stati che adottano la shari’a); a mancare all’appello, oggi, rimangono soltanto le Filippine e Città del Vaticano.

La spinta nelle condizioni socio-economiche, la diminuzione dello stigma sociale e religioso e l’istituzionalizzazione delle procedure per l’affidamento dei minori hanno impresso grande forza alla diffusione della procedura civile per il divorzio, iniziata in Europa negli anni Sessanta, ma già presente agli inizi del Novecento nelle costituzioni di alcuni paesi pionieristici come l’Inghilterra (1857). In generale, nel mondo occidentale e occidentalizzato, pare abbastanza consolidata questa tendenza all’apertura a fronte di un miglioramento delle condizioni economiche. Anche in altri paesi, come la Cina, la quale sta attraversando un periodo di forte sviluppo, questa tendenza si ripropone: il tasso di divorzi, infatti, è aumentato in vent’anni (dal 2000 al 2020) dallo 0,96% al 3,10%. È interessante osservare che, secondo i dati più recenti disponibili della Corte Suprema del Popolo, nel 2016 e nel 2017, oltre il 73% dei richiedenti nei casi di divorzio erano donne. Pur appartenendo al versante più orientale dell’Asia, avendo caratteristiche culturali molto radicate e lontane dalle nostre, quindi, notiamo che il trend è confermato.

Tuttavia, questo modello non sembra essere osservabile in altri contesti geografici e culturali. Ad esempio, completando il quadro della prospettiva asiatica sul divorzio, integriamo due ulteriori prospettive in contrasto con quella cinese: nel sud-est asiatico, di fede e cultura principalmente islamica, si osserva una riduzione dei divorzi, causata dall’attenuazione dei matrimoni combinati e dall’aumento dell’età del matrimonio. Infine, il modello meridionale, di cui è un grande rappresentante l’India, che mantiene tassi bassi e stabili di ricorso al divorzio, circa l’1%. In quest’area il divorzio, inoltre, non risulta facilmente attuabile da una grande fetta della popolazione: infatti, la natura patriarcale e patrilineare della società scoraggia fortemente questa pratica alle donne poiché, una volta separate, non è concesso loro il ritorno alla propria famiglia d’origine, andando incontro a una più intensa condizione di fragilità e isolamento.
Il 30 luglio 2019, però, l’India ha accolto un piccolo, grande traguardo, abolendo definitivamente il ṭalāq-e-bidat, la pratica irrevocabile e istantanea di ripudio abolita oramai in tutto il mondo islamico e di cui l’ultimo baluardo era rappresentato, appunto, dall’India.
Secondo questa legge, al coniuge era permesso lasciare la propria moglie pronunciando, scrivendo, al giorno d’oggi anche messaggiando, tre volte ṭalāq alla donna. Questa forma “abbreviata” aveva effetto immediato e irrevocabile, e aveva conseguenze disastrose sulla vita delle ripudiate e dei rispettivi figli.

Modalità analoghe si osservano in altri paesi di fede e cultura islamica, come l’Africa sub-sahariana, dove, nonostante il miglioramento delle condizioni socioeconomiche, l’aumento dell’istruzione, dell’occupazione e del reddito femminile, non si è osservato un aumento del ricorso al divorzio, al contrario, il tasso è rimasto stabile e tendenzialmente in calo. Nonostante pare che ci siano degli elementi di innovazione legati all’istruzione e alla condizione economica di questi paesi, è importante sottolineare però che le donne rimangono in una condizione di una pesante sottomissione, caratterizzata da abusi sessuali e violenze di genere, che sono all’ordine del giorno soprattutto nei paesi più poveri del continente. Le donne in paesi come Ciad, Costa d’Avorio, Ghana e Kenya subiscono violenza sia in ambiente domestico sia nella società, e per alcuni di questi stati il Codice civile non prevede il reato di stupro. La situazione più allarmante riguarda, probabilmente, il Sudafrica dove, secondo l’organizzazione per i diritti umani Center for Constitutional Rights, ogni quattro ore viene uccisa una donna, con un tasso di femminicidi cinque volte superiore alla media globale. La polizia riceve 110 accuse di stupro al giorno, ma il fenomeno ha proporzioni ben più allarmanti, considerato che i casi denunciati sono meno della metà.

Sarebbe interessante, date queste prospettive, analizzare il peso della disparità di genere nell’accesso alle pratiche per il divorzio. La questione è sicuramente di importanza primaria, poiché costituisce uno snodo cruciale per raggiungere questo diritto fondamentale, in modo che questo non sia solo legiferato garantendo la parità nelle possibilità di accesso e nell’epilogo, ma che anche sia accettato a livello sociale.

Bibliografia e sitografia

Grilli, S. (2019). Antropologia delle famiglie contemporanee. Roma: Carocci.

Guetto, R., Impicciatore, R. (2021). 50 anni della legge sul divorzio. Cause e conseguenze dell’instabilità coniugale in Italia. Associazione Neodemos.

https://adozioneadistanza.actionaid.it/magazine/diritti-donne-africa/

https://en.wikipedia.org/wiki/Iddah#cite_note-3

https://it.wikipedia.org/wiki/Shari%27a

https://www.corriere.it/moda/24_luglio_19/la-principessa-di-dubai-annuncia-il-divorzio-via-social-al-marito-poiche-sei-occupato-