“Quando leggere è difficile: Capire la Dislessia” – a cura della Dott.ssa Claudia Andreotti
“La dislessia: un altro modo di leggere il mondo”
“Quando provo a leggere un libro, so già che per me sarà più difficile. Le lettere mi sembrano tutte uguali, le righe si confondono e devo rileggere più volte per riuscire a capire. Non è che non mi impegno, è che mi stanco prima proprio perché per me è necessario usare il doppio delle mie energie. A volte penso di non essere capace. Se solo qualcuno mi spiegasse che non sono stupido, ma che è solo il mio cervello che funziona in modo diverso, mi sentirei meno sbagliato”.
Se dovessimo provare a leggere nella mente di un bambino o di un ragazzo dislessico, probabilmente troveremmo questo. Così i compiti diventano montagne da scalare, le letture un calderone di parole e frasi apparentemente confuse e arrivare a comprendere un testo richiede uno sforzo insormontabile. Frasi come “non ho voglia” e “sono stupido” vengono ripetute come un ritornello nel tentativo di dare, e darsi, una ragione rispetto ad una difficoltà che è grande e apparentemente senza spiegazione.
A fare da sfondo a tutto questo c’è un dilemma tanto comune quanto complesso: “non si impegna abbastanza oppure davvero non ci riesce?”. Se la bambina, o il bambino, ci raccontano una esperienza di lettura simile a quella descritta in apertura potremmo trovarci di fronte a una condizione di funzionamento differente che si chiama dislessia.
La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento che coinvolge principalmente la lettura ed è caratterizzata da difficoltà persistenti nella precisione e nella fluidità, nella comprensione dei testi e nell’ortografia. (American Psychiatric Association, 2013)
Non è una malattia e non è mancanza di intelligenza, è semplicemente una difficoltà specifica. È come chiedere a qualcuno di giocare una partita di tennis con una racchetta da ping pong: non manca l’intenzione ma è l’attrezzatura a non essere la più performante.
I segnali a cui prestare attenzione
Avete mai notato che vostro figlio, o vostra figlia, casualmente proprio nel momento che coincide con l’inizio dei compiti, vi dica di avere un forte mal di pancia o sia particolarmente nervoso? Può capitare che questo comportamento venga letto dal genitore come un capriccio ma allo stesso modo, dietro a queste reazioni, il bambino potrebbe celare la paura di non riuscire nella consegna o che qualcuno si accorga di difficoltà di cui si vergogna. Esistono alcuni elementi che possono rappresentare dei campanelli d’allarme ma è importante non focalizzarsi su singoli segnali isolati. Tra questi indicatori possiamo osservare una lettura lenta e imprecisa, difficoltà nella comprensione dei testi o nel passare correttamente da una riga all’altra così come può risultare complessa la scrittura.
Sono presenti frequenti errori nell’individuazione delle parole, sostituzioni o inversioni di lettere, fragilità nel verbalizzare i propri pensieri e, talvolta, nel riconoscere la destra e la sinistra. Possono inoltre comparire alcuni sintomi più generali come cambiamenti improvvisi di umore o forte stanchezza segnalata poco prima di svolgere un compito. In alcuni casi può capitare anche l’evitamento di tutte quelle situazioni che espongono alla lettura proprio per vergogna, per una fragilità che, se “fosse letta” ad alta voce, sarebbe sotto gli occhi di tutti.
Ma se a mio figlio servisse una valutazione, come funziona?
Lo scopo della valutazione non è quello di collocare una persona in una specifica categoria diagnostica ma di comprenderne il funzionamento in un’ottica che favorisca maggiore consapevolezza e permetta di scegliere e utilizzare gli strumenti adeguati. È essenziale ricordare che non esistono etichette, ma persone. La valutazione non serve a definire chi siamo, ma a capire il modo in cui funzioniamo. Solitamente viene svolta da professionisti specializzati come neuropsicologi, psicologi o logopedisti, attraverso delle attività strutturate (test) che tengono conto dell’età del minore.
Durante la somministrazione dei test vengono valutate principalmente due dimensioni: la sfera cognitiva e quella degli apprendimenti. L’indagine cognitiva fornisce informazioni su come il bambino ragiona, utilizza la memoria o mantiene l’attenzione. L’aspetto degli apprendimenti, invece, ci aiuta a capire in che modo il bambino legge, scrive o conta.
Una volta completata, il professionista restituisce la valutazione alla famiglia condividendo il quadro dei punti di forza e fragilità del bambino o adolescente, con lo scopo di proporre in seguito un percorso efficace e “su misura”.
È doveroso precisare che la diagnosi definitiva non può essere formulata prima della seconda classe della scuola primaria di primo grado (seconda elementare) ma, per molti bambini, “dare un nome” alle proprie difficoltà – che fino a quel momento erano attribuite a sé stessi e alla propria incapacità – rappresenta un vero e proprio sollievo.
E dopo la diagnosi?
Dopo aver ricevuto la diagnosi di dislessia del proprio figlio molti genitori si domandano quale sia il modo più corretto di comportarsi e di interagire. Esistono alcune piccole accortezze che possono aiutare il coinvolgimento del bambino o ragazzo andando a favorire l’autostima e l’autoefficacia, oltre a sostenere il miglioramento dei punti di criticità emersi.
Comunicare in modo chiaro e ascoltare in modo attivo ed interessato è fondamentale. Fare domande sugli stati d’animo aiuta la persona a sentirsi libera di esprimere le proprie emozioni, a sentirsi accettata, compresa e non giudicata. È importante anche condividere momenti di gioco e di lettura nei quali potenziare le capacità attentive, mnemoniche e linguistiche, senza sentirsi “valutato” e sotto pressione.
È bene, infine, mettere in luce e rinforzare le capacità e le peculiarità della persona al fine di aiutarla a comprendere che una diagnosi non fa di lui o di lei un incapace ma una persona unica, di valore e con risorse preziose.
Dal punto di vista pratico dopo la diagnosi segue in molti casi la “presa in carico” da parte dello specialista, con l’obiettivo di individuare e strutturare interventi ad hoc che favoriscano il contenimento del disturbo e il potenziamento delle abilità personali.
Quali interventi proporre?
In caso di diagnosi di dislessia è possibile proporre alcuni interventi mirati al fine di migliorare le abilità che risultano essere più carenti. Allenare il riconoscimento dei suoni delle parole attraverso giochi sonori, giochi di sillabe e brevi letture accompagnate può ad esempio aiutare a ridurre gli errori di lettura. L’esposizione alla lettura in modo più frequente permette di acquisire più sicurezza e fluidità e a migliorare la comprensione dei testi.
Apprendere strategie personalizzate per approcciarsi allo studio in modo più efficace, utilizzando ad esempio schemi e mappe, aumenta l’autonomia esecutiva e, di conseguenza, funge da rinforzo per l’autostima. Anche gli strumenti compensativi – utilizzati soprattutto in ambito scolastico – come la sintesi vocale, gli audiolibri o l’utilizzo del computer favorisce l’apprendimento e riduce il carico di fatica.
È fondamentale specificare che non esiste un tempo limite entro il quale proporre questi interventi affinché risultino efficaci: alcuni studi hanno dimostrato che bambini e ragazzi in età più avanzata possono, con gli interventi giusti, ottenere miglioramenti e risultati comparabili a quelli di bambini di età inferiore e ciò dimostra che non è mai “troppo tardi” per intervenire e migliorare la qualità dell’apprendimento. (Tressoldi, P. 2008)
È inoltre fondamentale attuare questi interventi nel rispetto dei tempi e delle modalità di funzionamento di ognuno, così da poter garantire la buona riuscita del trattamento e poter beneficiare dei miglioramenti che ne derivano.
Punti di forza
È come il classico dilemma del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: puoi decidere di goderti ciò che c’è, oppure rimpiangere ciò che manca.
Dal punto di vista di una persona con dislessia il mondo non funziona peggio, è solo organizzato in modo diverso. Molti bambini e adulti hanno la capacità di ragionare in modo più dinamico, leggendo le situazioni con una lente molto più ampia ed originale, capace di innescare soluzioni creative e inusuali. Sono curiosi, intuitivi e creativi, capaci di cogliere gli elementi fondamentali delle situazioni e memorizzare in modo particolare le immagini.
Sono capaci di stabilire connessioni profonde e sviluppano grande sensibilità. Conoscere e riconoscere queste qualità è il primo modo per comprendere che non serve cambiare la persona, ma riconoscerla per ciò che è. Accompagnarli senza fretta nella scoperta dei propri punti di forza diventa un’occasione anche per chi li circonda; l’occasione di scoprire che c’è un altro modo di vedere il mondo che forse non era mai stato considerato.
Bibliografia
- American Psychiatric Association (2013), Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th edition). Washington, DC.
- Associazione Italiana Dislessia (2012). Guida alla dislessia per genitori. Dalla scuola materna all’università, (3°ed.), pp. 16-52
- Cornoldi, C. & Caponi, B. (2017). Dislessia e trattamento. Bologna, Italia: Il Mulino.
- Snowling, M.J. (2000). Dislexia. (2nd ed.). Oxford, UK: Blackwell.
- Stella, G. & Grandi, L. (2011). La dislessia. Bologna, Italia: Il Mulino.
- Tressoldi, P. E., Lorusso, M. L., Brenbati, F., & Donini, R. (2008). Fluency remediation in dyslexic children: does age make a difference? Dyslexia. (Chichester, England), 14(2), 142–152.
- Wolf, M. & Katzir-Cohen, T. (2001). Reading fluency and its intervention. Scientific Studies of Reading, 5 (3), 211-239.





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