Sempre più frequentemente sentiamo parlare di logopedia, specialmente se ci occupiamo di bambini.
Oggi, grazie ai numerosi studi e alle ricerche scientifiche condotte negli anni, si pone una maggior attenzione ai problemi di linguaggio dei più piccoli. Tuttavia, spesso i genitori si trovano impreparati di fronte al consiglio dell’insegnante di portare il proprio figlio da un logopedista. Infatti, non tutti sanno quando è bene rivolgersi a questo specialista o cosa fa durante una seduta di trattamento.

Perchè rivolgersi al logopedista?
In età evolutiva è possibile richiedere o aver bisogno di un intervento logopedico in differenti casi:

  • ritardi e/o disturbi di linguaggio
  • disturbi dell’apprendimento – DSA (dislessia, disortografia, discalculia, disgrafia)
  • disturbi della voce (disfonia infantile)
  • disturbi della fluenza verbale (balbuzie, cluttering)
  • ipoacusia (sordità)
  • disprassia verbale evolutiva (disordine congenito che consiste nella difficoltà a programmare i movimenti volti alla produzione dei suoni del linguaggio e a ordinarli in sequenza per formare sillabe, parole e frasi)
  • deglutizione disfunzionale e respirazione orale
  • disturbi comunicativo-linguistici secondari a disabilità intellettiva (ad es. nella sindrome di Down)
  • disturbi comunicativo-linguistici di origine neurologica (paralisi cerebrali infantili, trauma cranico etc.)
  • disturbo dello spettro dell’autismo
  • disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD)

In tutte queste situazioni il logopedista, insieme all’interazione di altre figure professionali (tra i quali: neuropsichiatra infantile, psicologo, terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, terapista occupazionale…) e alla collaborazione con la famiglia, si occupa di valutazione e riabilitazione logopedica.

Quando ci si deve rivolgere al logopedista?
La condizione più frequente per cui un genitore richiede una valutazione logopedica per il proprio figlio, soprattutto in età prescolare, è per ritardo e/o disturbo di linguaggio. Se le prime parole del bambino tardano ad arrivare, è facile farsi cogliere dalla preoccupazione e temere che ci sia un problema.
Non sempre il percorso di apprendimento del linguaggio avviene in modo semplice e senza ostacoli. Se alcuni bambini imparano a parlare con apparente facilità e naturalezza, altri possono riscontrare dei ritardi o delle difficoltà. Per questo è importante monitorare lo sviluppo linguistico del proprio bambino.
I genitori sono i primi che possono accorgersi di eventuali difficoltà durante l’acquisizione del linguaggio da parte del proprio figlio.
Già dai primi anni di vita del bambino è possibile identificare dei campanelli d’allarme che non dovrebbero essere trascurati:

  • Assenza della lallazione (produzione di sillabe ripetute come “mamama” o “bababa”) tra gli 8 e i 10 mesi (o comunque assenza di produzione di suoni entro il primo anno di vita);
  • Assenza o scarso utilizzo di gesti per comunicare tra i 12 e i 18 mesi;
  • Difficoltà nella capacità di comprendere il linguaggio;
  • Vocabolario ridotto: a 24 mesi produzione di un numero di parole inferiore a 50;
  • Lenta crescita del vocabolario lessicale (il bambino tende ad utilizzare sempre le stesse parole);
  • Scarsa capacità di formulare frasi (intese come associazione di due o tre parole) a 30 mesi;
  • Linguaggio poco comprensibile o prevalentemente non intelligibile a 36 mesi.

In presenza di due o più di questi indicatori si può ipotizzare un ritardo del linguaggio: il bambino con un ritardo linguistico sviluppa il linguaggio più tardi e più lentamente rispetto ai suoi coetanei.
Spesso il ritardo di linguaggio si risolve in maniera spontanea, ma è importante riconoscere la difficoltà il più precocemente possibile in modo da evitare eventuali ripercussioni a lungo termine.
In caso di dubbio, è bene rivolgersi al pediatra che sarà in grado di indirizzare verso lo specialista di riferimento il quale può riconoscere eventuali segnali di rischio e procedere come più opportuno.
Quali possono essere le ripercussioni di un ritardo linguistico trascurato?
Con ritardo di linguaggio non si indica una patologia, ma si tratta più che altro di una condizione che può interessare il bambino entro i 3 anni. Oltre quest’età, e solo dopo una valutazione clinica da parte di uno specialista (generalmente il logopedista), è possibile identificare un vero e proprio disturbo di linguaggio.

Il ritardo di linguaggio può andare verso:

  • un recupero spontaneo: in questo caso si parla di late bloomers: bambini che “sbocciano” in ritardo. Non è necessario un intervento linguistico specifico, ma potrebbe essere sufficiente una stimolazione indiretta (attraverso i genitori) del linguaggio del bambino;
  • un disturbo di linguaggio (DL): è necessaria una valutazione più approfondita e l’attivazione di un intervento riabilitativo specifico sulla difficoltà. Il bambino con DL presenta difficoltà, di vario grado, nella comprensione e/o nella produzione e/o nell’uso del linguaggio.

Il disturbo di linguaggio (non secondario ad altre patologie) ha origini complesse: è determinato da un insieme di fattori ambientali e genetici che interagiscono tra loro.
Per diagnosticare un disturbo di linguaggio è necessario eseguire una valutazione neuropsicologica e logopedica, preceduta da un’accurata anamnesi familiare e clinica.

Quindi si deve aspettare dopo i 3 anni per rivolgersi ad un logopedista?
No. È vero che la diagnosi di disturbo di linguaggio, generalmente, non viene fatta prima dei 3 anni, ma è consigliabile, in caso di difficoltà comunicativo-linguistiche, rivolgersi comunque a un logopedista. Esso infatti può fornire consigli e spunti preziosi da attuare in ambito familiare negli scambi comunicativi genitore-bambino.
Inoltre, l’intervento e la diagnosi precoci sono fondamentali in caso di un eventuale disturbo di linguaggio per evitare (o limitare) ripercussioni sia in ambito sociale e relazionale, che in ambito scolastico: infatti, difficoltà a livello linguistico potrebbero inficiare il corretto apprendimento di lettura e scrittura.

Altri segnali da non trascurare
Se il ritardo e/o il disturbo di linguaggio rappresentano una buona parte della richiesta di intervento logopedico in età evolutiva, ci sono anche altre situazioni di competenza logopedica, come è stato elencato all’inizio dell’articolo. Per questa ragione è importante prestare attenzione anche nel caso in cui il bambino:

  • balbetta (presenza prolungamenti di un suono; ripetizioni del singolo suono o della sillaba; esitazioni, pause o arresti prima del discorso);
  • presenta un eloquio disordinato (cluttering) perché parla troppo velocemente (ad esempio, alcune sillabe vengono omesse: “si mangia le parole” o “farfuglia”);
  • ha problemi di deglutizione (ad es. masticazione troppo lenta o troppo veloce);
  • abbrevia le parole più lunghe, ad es. eliminando una sillaba;
  • inverte frequentemente le sillabe nelle parole;
  • ha sempre un timbro di voce rauco o quando il suo tono di voce non è uniforme, ma subisce sbalzi di intensità vocale;
  • rimane spesso senza fiato prima di concludere un discorso;
  • scrive e disegna male;
  • ha difficoltà negli apprendimenti (fa errori e/o è lento a leggere, scrivere, fare i calcoli);
  • ha difficoltà di memorizzazione (ad es. imparare le poesie o le tabelline a memoria).

Questi campanelli d’allarme, se presenti in maniera significativa, dovrebbero indurre il genitore a valutare la possibilità di consultare uno specialista del linguaggio.

Il primo incontro con il logopedista
La prima visita dal logopedista è un momento di incontro e di conoscenza con i genitori e, a seconda dell’età, anche con il bambino. Verranno poste alcune domande al fine di evidenziare il quadro clinico. Le domande possono riguardare lo sviluppo generale del bambino dai suoi primi giorni di vita, le tappe di sviluppo linguistico e le difficoltà riscontrate. È previsto un momento di confronto con i genitori, in cui essi potranno esporre i propri dubbi e preoccupazioni. Infine, il logopedista concorderà con i genitori una fase di valutazione delle competenze comunicativo-linguistiche e/o deglutitorie del bambino e spiegherà loro in cosa consiste.
Al termine delle sedute di valutazione (di norma si tratta di 2 o 3 incontri), è previsto un colloquio di restituzione con i genitori in cui il logopedista riporterà quanto emerso dall’osservazione e dalla somministrazione dei test logopedici e consiglierà come procedere. Se necessario, sarà lui a suggerire quando iniziare e come organizzare la terapia. In alcuni casi è possibile che il terapista consigli di rimandare l’inizio della terapia, ad esempio suggerendo di aspettare dopo l’inserimento alla scuola materna, o dopo aver effettuato ulteriori visite specialistiche (ad es. dall’otorino o dal Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva).
Quando il linguaggio risulta immaturo, ma il bambino è molto piccolo, è possibile intraprendere un percorso di trattamento indiretto attraverso la famiglia. Si tratta di un intervento ben strutturato: si programmano alcuni incontri con i genitori in cui il logopedista presenta gli obiettivi su cui intende lavorare e fornisce le indicazioni e le strategie da utilizzare negli scambi comunicativi con il bambino.

La seduta di riabilitazione logopedica con il bambino
Scopo del percorso di riabilitazione logopedica è stimolare le competenze risultate carenti o deficitarie alla valutazione attraverso giochi e attività accattivanti e mirati. Una seduta di riabilitazione logopedica, di norma, dura dai 30 ai 50 minuti. Non è possibile spiegare con esattezza in cosa consiste la terapia logopedica perché non esiste un protocollo unico di trattamento. Ciascun percorso è individuale e costruito appositamente sulle difficoltà del bambino, che possono essere molto diverse tra loro.
Tuttavia, è possibile elencare alcuni dei materiali usati più frequentemente:

  • tesserine o schede con immagini specifiche (da nominare, ripetere, descrivere…);
  • giochi, tra cui: memory, tombole, gioco dell’oca, costruzioni e macchinine;
  • libri illustrati;
  • pupazzi, marionette;
  • software al computer con giochi per stimolare linguaggio, attenzione, memoria (etc.);
  • strumenti più specifici, ad esempio: lo spazzolino elettrico (molto utile per l’impostazione del suono /r/) o l’abbassalingua (usato nei casi di deglutizione disfunzionale o per l’impostazione di alcuni suoni);
  • tanti altri materiali scelti in base alla competenza da stimolare.

Questi sono solo alcuni esempi, ogni logopedista seleziona il materiale e le attività da proporre secondo il proprio metodo, la propria professionalità e per ultimo, ma non meno importante la propria creatività.
L’importante è riuscire a instaurare un rapporto di fiducia e collaborazione con il paziente, aiutarlo nelle sue difficoltà proponendo attività stimolanti e interessanti evitando situazioni di frustrazione e di stress.
Per concludere, è importante ricordare che affinché il lavoro svolto in studio con il bambino si riveli efficace è necessaria la collaborazione convinta di entrambi i genitori che, con il logopedista, instaureranno un rapporto di sostegno e aiuto reciproco.

«Lavorare insieme significa vincere insieme»

A cura di Beatrice Frigerio, logopedista