Jannik Sinner: un modello per gli adolescenti alla ricerca di sé – a cura della dottoressa Ilaria Pinto

Vi ricordate delle creste da Punk? Della moda dei Paninari? Degli Emo degli anni 2000? C’è qualcosa che accomuna tutte queste tendenze, che possono sembrare, ad un primo sguardo, molto diverse tra loro: il bisogno dei loro membri di soddisfare la propria ricerca di identità. Durante la crescita, il bambino affronta diverse fasi critiche, alcune delle quali hanno l’obiettivo di far fronte a una necessità fondamentale di individualizzazione e ricerca del Sé, di affermare con forza: “Io esisto, indipendentemente da te”.

Pensiamo a un bambino di 8 mesi che inizia a riconoscersi allo specchio: si muove, alza una mano, prova a interagire con la creatura nel vetro, per poi scoprire di avere a che fare con il proprio riflesso. Lo vediamo durante i temuti “Terribili Due”, l’arco di tempo intorno ai due anni (18-36 mesi) dove i bambini sperimentano il processo di individuazione, scoprono di poter scegliere, di poter dire sì ma soprattutto no (con grande gioia dei genitori). Ma quello che forse tutti abbiamo più in mente è il periodo dell’adolescenza, il processo di transizione che ci porta dall’essere bambini a giovani adulti. In questi anni pieni di sfide, i ragazzi tentano di fare i conti, da un lato, con il desiderio di emancipazione, dall’altro con quello di appartenenza.

Se prima, infatti, i modelli di riferimento erano costituiti principalmente dai genitori, seguiti da insegnanti e varie figure adulte presenti nella vita di tutti i giorni, ora il gruppo verso cui viene posta maggior fiducia è sicuramente quello dei pari: gli amici sono i confidenti, i dispensatori di consigli, le persone con cui si cercano di sbrogliare i nodi della gioventù. Cercano nuovi legami e paradigmi fuori dalla cerchia familiare, spinti dalla ricerca di novità e dalla curiosità di vedere cosa c’è d’altro rispetto a ciò che già conoscono, stimolati dalle grandi domande che ognuno si è posto e alle quali ha tentato di dare risposta: “Chi sono? Cosa cerco? Cosa mi piace? In cosa credo? Quali sono i miei valori?”. La ribellione a cui i genitori assistono, impotenti, è figlia di tale ricerca di autonomia: lo psicologo canadese David Ausubel parla di “desatellizzazione delle figure genitoriali”, ovvero del processo di allontanamento fisico e psicologico dai genitori, percepiti come imperfetti, e la ricerca di altro in cui identificarsi.

Il ruolo dei modelli nell’adolescenza tenta di rispondere proprio a questa duplice richiesta, aiutando a scegliere quale rotta intraprendere nel tentativo di trovare un nuovo equilibrio tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Se ci pensiamo, gran parte del nostro apprendimento avviene attraverso una modalità osservativa, in prima battuta, e poi imitativa (modeling), dove anche osservazioni di più breve durata possono destare grande interesse, a patto che la sfera emozionale sia colpita in modo significativo. Non stupisce, quindi, che un adolescente a caccia di nuovi significati ricerchi dei modelli di comportamento in cui immedesimarsi. La scelta dei modelli è un compito evolutivo fondamentale per l’adolescente, che si ritrova davanti a una molteplicità di persone e personaggi con cui potersi confrontare.

A questo proposito, oggi desideriamo proporre un modello positivo, che potrebbe essere di forte ispirazione per i giovani che cercano una persona dalle forti doti umane. Abbiamo assistito in questi mesi alla ribalta di un nuovo personaggio dello sport italiano, che si è fatto conoscere tanto per le proprie doti atletiche, quanto per il suo carattere umile e rispettoso: Jannik Sinner. La giovanissima promessa del tennis, infatti, ha dato modo di far parlare di sé, per i suoi successi, certo, ma anche per la maturità che contraddistingue le sue affermazioni: a soli 22 anni lo abbiamo visto accettare le sconfitte con grande eleganza, elogiare i propri avversari, porre in primo piano la propria salute fisica e mentale al posto della fama. Una novità rispetto agli sportivi a cui siamo più abituati, che non sempre hanno potuto vantare una reputazione irreprensibile, dentro e fuori dal campo.

Jannik Sinner è un vero e proprio campione, un mito se vogliamo: tuttavia, conserva una grande umanità, che ci permette di avvicinarci ai suoi traguardi come frutto di un duro allenamento perseguito fin da piccolo. Non ha mai nascosto, infatti, gli elementi che lo hanno guidato nella sua carriera: costanza, determinazione e obiettivi chiari. La cultura dell’impegno, infatti, è una delle caratteristiche fondamentali dello sport, così come di chi persegue grandi obiettivi: per conquistare il risultato migliore possibile, sono necessarie molte ore di allenamento e preparazione, fisica e mentale. Come afferma Sinner stesso, in un’intervista del 2021 a Intesa Sanpaolo:

“Puoi avere capacità leggermente migliori, ma solamente se lavori andrai più in alto. Chi lavora è quello che ha talento.”

Di Sinner ci ha stupito anche la sua grande lucidità nel prendere decisioni forti, come rinunciare a partecipare a varie Coppe Davis, alle Olimpiadi di Tokyo 2021, o, lo scorso maggio, agli Internazionali di Roma: a volte, infatti, siamo portati a pensare che a fare di un uomo un fuoriclasse sia l’assenza di pause, la spinta a cavalcare l’onda del successo, in una mentalità stacanovista che considera lo sport un mezzo per il raggiungimento della fama piuttosto che del benessere psicofisico. Quello che ci lascia meravigliati di Sinner, allora, è la capacità fondamentale e squisitamente umana di potersi riconoscere un limite. Non solo. La sua sportività e fair play li riconosciamo anche nell’abilità di tollerare la sconfitta: la capacità di gestire la frustrazione è un compito evolutivo fondamentale per gli adolescenti, poiché essa influenza il modo in cui vivono e crescono, definendo sia le relazioni sociali che il contesto in cui vivono. Sinner, nonostante la sconfitta inferta, sceglie di usare un linguaggio sempre corretto, che elogia la bravura dell’avversario nel vincere la partita, piuttosto che giustificare la propria sconfitta. Riesce, addirittura, a trarre il meglio possibile da quel match, una versione migliore di se stesso, come quando, rivolgendosi al celebre avversario Daniil Medvedev dichiara:

“Abbiamo giocato insieme tante finali, ma ogni match ho trovato qualcosa su cui migliorare. Mi hai reso un giocatore migliore.”

Jannik Sinner ci insegna che attraverso lo sport è possibile acquisire le strategie per avere una mentalità vincente, sul campo da tennis e nella vita. Le competenze che il campione esibisce sono, di fatti, trasversali rispetto a ciò che è necessario possedere per un’esistenza dove è presente equilibrio. Abbiamo parlato di impegno, costanza, determinazione, capacità di sapersi riconoscere un limite, abilità nel tollerare la frustrazione di fronte alla sconfitta e obiettività nell’individuare ciò che ci ha permesso di vincere sul nostro avversario. E ancora, attribuire il giusto valore al lavoro di squadra (Sinner non nega mai l’aiuto che riceve dal team che lo segue), rendersi conto di quanto sia fondamentale, a volte, ricevere aiuto da chi è più esperto di noi, così aggiungendo alla ricetta del successo una sana dose di umiltà. Insomma, Jannik Sinner potrebbe essere considerato un modello ottimale per ispirare i giovani a un’attitudine positiva alla vita, che mischi costanza, dedizione e temerarietà, così che, liberati dalla paura di non essere all’altezza delle sfide dell’adolescenza, possano trarre insegnamento dalla mentalità del grande professionista del tennis.

“Non direi che ho paura. Nella mia testa è sempre una partita di tennis. Se una cosa la faccio bene ok, ma se una volta non faccio bene una cosa pazienza, se il tuo avversario è più bravo di te va bene, gli dai la mano e vai avanti alla prossima sfida.”J.Sinner

Bibliografia

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