Spesso e volentieri può accadere che parenti o amici di uno psicologo richiedano a quest’ultimo di intraprendere un percorso psicologico, in virtù del rapporto e della conoscenza che li lega.
A tal proposito, è bene ricordare che il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani sottolinea che “lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale”.
È infatti inevitabile che l’esistenza di una relazione pregressa possa inficiare lo svolgimento della pratica professionale: uno psicologo coinvolto emotivamente in una relazione personale rischia di non riuscire ad ascoltare in modo non giudicante (senza pregiudizi) il proprio cliente e, di conseguenza, può condizionare, tramite i suoi commenti, le decisioni e riflessioni di quest’ultimo.
È bene, dunque, che la figura dello psicologo sia neutrale; proprio per questo motivo non deve sussistere una conoscenza precedente tra paziente e terapeuta.

A cura di Samantha Denti, psicologa