La volontà di cedere ad altri oppure di mantenere per sé il controllo della propria vita.
In mediazione familiare, infatti, per come articolata, le persone sono gli unici soggetti deputati a pronunciarsi, su un piano di perfetta parità di potere, circa il loro conflitto, quindi sono i veri e soli artefici della riorganizzazione familiare che andrà a regolare la loro vita futura.
In altri contesti, come per esempio lo studio dell’avvocato o l’aula del giudice, questo importante compito viene rimesso ad un terzo istituzionalmente incaricato, nella speranza di “ottenere giustizia”, ma in quell’ottica competitiva e impositiva, che, in realtà, non fa che esasperare gli aspetti distruttivi della crisi e radicalizzare il conflitto.
Non si può negare, in effetti, che il nostro sistema giudiziario, per come impostato, tende, per lo più, a incoraggiare lo schieramento su fronti contrapposti pure tra membri di una stessa famiglia, anziché il recupero della collaborazione e co-genitorialità, e lasciare insoddisfatti i contendenti di qualunque decisione imposta da terzi.
Difatti, generalmente, sia le decisioni prese dal giudice nella separazione giudiziale, che gli accordi presi dai coniugi alla presenza dell’avvocato nella separazione consensuale, sono accettati dalle parti senza troppa convinzione poiché non sentiti propri, sicché sovente non vengono osservati.

Maggiori garanzie in tal senso offrono, invece, gli accordi personalmente negoziati dalle persone in mediazione familiare.
Vero, è, poi, che essi, avendo valore di scrittura privata, vanno, semmai, fatti inserire da un avvocato in documenti formali (ricorso per separazione consensuale o divorzio congiunto) da presentare per la omologazione in Tribunale, ma è altrettanto vero che, in questo caso, nessun potere decisionale viene ceduto ad altri per essere state le varie questioni pratiche familiari già tutte definite in mediazione, sicché nessuno dovrà subire passivamente alcuna decisione.

A cura di Barbara Ori, avvocato e mediatore familiare