Domande & risposte2020-08-26T14:29:07+02:00
faq centro psicologia

Counseling
Counseling: è vero che può aiutarmi a trasformare un problema in un’opportunità?2020-07-02T14:25:52+02:00

È attraverso un problema che siamo obbligati momentaneamente a “fermarci”: in questa condizione sentiamo nuove sensazioni, emozioni, insoliti pensieri e inaspettate intuizioni. Dopo una prima fase di accoglienza del nostro vissuto scomodo e spiacevole, attraverso un percorso di messa in ordine e chiarezza dei pensieri, è possibile vivere il momento, anche se doloroso e non voluto, come un’occasione di conoscenza di nuovi aspetti di me stesso e della vita che mi saranno utili tanto nella gestione del problema contingente quanto per eventuali difficoltà future. Anzi, le stesse emozioni, anche quelle sgradevoli, sono portatrici di messaggi utili alla conoscenza di me e dei miei bisogni per stare bene. Il momento di crisi può quindi (come suggerisce il significato di questa parola in cinese) diventare occasione: occasione di crescita e cambiamento della persona e della sua vita.

A cura di Cinzia Priuli, counselor

Counseling: perché raccontare qualcosa di intimo ad uno sconosciuto?2020-07-02T14:26:27+02:00

Talvolta il malessere emotivo è così forte da non farci bastare più il confronto con un famigliare o un caro amico. Il momento di confronto con una persona che amiamo, pur a fine di bene, può essere “contaminato” da proiezioni, interruzioni, aspettative, consigli non richiesti, giudizi, senso di vergogna e tanti altri aspetti che ci bloccano e fanno sentire ancor più soli, incompresi e poco autentici. Legittimazione ed espressione veritiera del nostro vissuto, anche quello più indicibile, in uno spazio pulito e neutro, in un’oasi protetta e accogliente senza paura, senza senso di colpa e senza imbarazzo permettono di comprendere che andiamo bene così come siamo e di sentire quella calma interiore necessaria per trovare vie d’uscita, nuove possibilità e attivazione della propria creatività. Molto spesso la vera fonte di sofferenza non è solo la difficoltà vissuta, ma il peso, il blocco e l’impossibilità di parlarne, il senso di solitudine che possono accrescere smarrimento e confusione nel trovare soluzioni.

A cura di Cinzia Priuli, counselor

Counseling: perché dovrei rivolgermi ad un counselor?2020-07-02T15:01:33+02:00

Avere un problema o sentire emozioni sgradevoli non significa essere sbagliati, bensì perfettamente umani e quindi “imperfetti” e vivere momenti di dolore e confusione per alcune difficoltà contingenti e transitorie. Eppure, a volte può capitare di sentirsi talmente strani, soli, non compresi, da pensare che qualcosa non vada in noi. Le persone che si rivolgono ad un counselor sono definite clienti, non pazienti. Non si tratta infatti di soggetti malati o patologici, ma sani (e diciamo “alla pari” nella relazione col counselor), dotati di una personalità sufficientemente strutturata, organizzata e centrata, in grado pertanto di contattare il proprio io, le proprie risorse interiori e prendere decisioni in modo autonomo. Il cliente non solo può comprendere che avere un problema non significa essere sbagliato, ma anzi molto umano. Attraverso un buon percorso di counseling può parallelamente e a tempo debito vedere con più consapevolezza ciò che già funziona bene in sé, riappropriandosi in maniera potenziata di quelle risorse, capacità e talenti prima non riconosciuti o dati per scontato.

A cura di Cinzia Priuli, counselor

Counseling: come funziona? Quanto dura un percorso di counseling?2020-07-02T14:26:57+02:00

Il counselor offre supporto in un percorso di breve durata, in colloqui rivolti, al singolo, alla coppia o al gruppo della durata di un’ora (talvolta due) ciascuno con cadenze settimanali oppure quindicinali. Accoglienza e comunicazione delle proprie emozioni confuse e inesprimibili, racconto ed espressione dei propri pensieri complessi, intricati e indicibili, permettono alla persona, non solo di sfogarsi, di fare ordine e chiarezza dentro di sé, ma soprattutto di legittimare se stessa e il proprio mondo interiore, sentendosi alleggerita, compresa e umanamente accolta. Il counselor permette al cliente di conoscersi, di diventare al meglio se stesso e vivere una vita armoniosamente in linea con i proprio talenti e valori.

A cura di Cinzia Priuli, counselor

Counseling: cos’è?2020-07-02T14:27:11+02:00

Sebbene il counseling sia presente in Italia da vari decenni, ancora molti non conoscono questa parola, oltretutto in inglese, difficile da pronunciare e di impossibile traduzione in italiano. Il counseling è la professione. Il counselor è il professionista che la esercita. Malgrado l’assonanza, non si tratta di un “consulente” e neppure di un “consigliere”. Il counselor esercita una professione d’aiuto, il cui obiettivo è aiutare la persona ad aiutare se stessa nell’affrontare e gestire al momento presente uno stato di crisi, impasse, cambiamento, senza però dispensare consigli, giudizi e direttive, anzi facilitando nel cliente quella chiarezza e capacità interiore nel trovare in autonomia risposte, soluzioni e nuove visioni di sé e della vita. Creando una relazione empatica e rispettosa, il counselor lavora sulla prevenzione, il benessere, il miglioramento della qualità di vita del cliente, sostenendo i suoi punti di forza, risorse, consapevolezza di sé e capacità di autodeterminazione.

A cura di Cinzia Priuli, counselor

Psicologia
Che cosa ti chiede uno psicologo?2020-07-02T15:33:21+02:00

Lo scopo dello psicologo è ragionare insieme sui problemi del paziente, individuare ciò che gli impedisce di trovare ed attuare le sue soluzioni, impostare obiettivi per aumentare il suo benessere e far sì che ciò che lo ostacola possa essere risolto.
Lo psicologo si pone principalmente in “ascolto attivo”: nello specifico ascolta il paziente, lo incoraggia nel parlare, nell’esprimersi e nel raccontare il suo vissuto emotivo o cosa lo fa stare male in quel momento.
L’obiettivo dello psicologo è far sì che il paziente si senta accolto circa le sue perplessità, dubbi; che possa contare su una figura di riferimento competente in grado di supportarlo e lavorare insieme sulle difficoltà.

A cura di Sara Camerata, psicologa

Quanto dura una consulenza psicologica?2020-07-02T15:21:40+02:00

La durata di un percorso psicologico è variabile: non presenta tempi e modalità predefinite.
Essa è determinata della tipologia d’intervento, dal bisogno del paziente e dal superamento della situazione critica.
Gli interventi sono diversi; alcune consulenze si strutturano in tre sedute: si tratta di situazioni in cui una persona si trova a vivere un momento di incertezza o disequilibrio.
In questo caso, sono necessari pochi incontri chiarificatori per ritrovare l’equilibrio perso.
Altre consulenze necessitano di tempi maggiori, settimane o mesi che si differenziano anche per la frequenza che può essere settimanale o quindicinale.
Le sedute necessarie possono variare da 12 a 24, e la durata complessiva sarà di circa 6 mesi.
Quest’ultime comprendono persone che soffrono di attacchi di panico o hanno vissuto un grande lutto.

A cura di Sara Camerata, psicologa

Ho un parente psicologo: posso affidarmi ad una sua consulenza o devo scegliere una persona estranea al mio nucleo familiare?2020-07-02T15:20:33+02:00

Spesso e volentieri può accadere che parenti o amici di uno psicologo richiedano a quest’ultimo di intraprendere un percorso psicologico, in virtù del rapporto e della conoscenza che li lega.
A tal proposito, è bene ricordare che il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani sottolinea che “lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale”.
È infatti inevitabile che l’esistenza di una relazione pregressa possa inficiare lo svolgimento della pratica professionale: uno psicologo coinvolto emotivamente in una relazione personale rischia di non riuscire ad ascoltare in modo non giudicante (senza pregiudizi) il proprio cliente e, di conseguenza, può condizionare, tramite i suoi commenti, le decisioni e riflessioni di quest’ultimo.
È bene, dunque, che la figura dello psicologo sia neutrale; proprio per questo motivo non deve sussistere una conoscenza precedente tra paziente e terapeuta.

A cura di Samantha Denti, psicologa

In cosa consiste il primo colloquio psicologico?2020-07-02T15:19:31+02:00

Lo scopo del primo colloquio psicologico è la conoscenza reciproca tra paziente e terapeuta.
Attraverso il primo colloquio lo psicologo cerca di capire “chi è” il cliente e le problematiche che hanno spinto quest’ultimo a richiedere la consulenza.
In un primo momento, lo psicologo si presenta, fornendo al paziente alcune informazioni relative alle proprie competenze professionali, alla propria formazione, al setting e agli approcci adottati.
Successivamente, si cerca di individuare la richiesta del paziente, per potergli illustrare i possibili percorsi da intraprendere al fine di giungere alla soluzione del problema.
Per fare ciò, lo psicologo pone al paziente domande relative alla sua storia di vita, ai contesti in cui abitualmente vive e alle problematiche presentate.
Obiettivo del primo colloquio è dunque raccogliere informazioni generali per comprendere le problematiche del paziente, i contesti in cui queste si manifestano ed analizzare il grado di motivazione ad iniziare un percorso psicologico.
L’incontro si conclude generalmente con la definizione del contratto (vengono stabilite la frequenza e la durata delle sedute, i costi e le modalità di pagamento) e con la delineazione, da parte del terapeuta, del percorso che si andrà ad intraprendere.
Qualora lo psicologo realizzasse che il paziente non necessiti di un intervento psicologico, egli si impegnerà a suggerire al paziente interventi alternativi o gli fornirà nominativi di professionisti e/o servizi a cui rivolgersi.

A cura di Sara Camerata, psicologa

Che cos’è una diagnosi psicologica?2020-07-02T15:18:22+02:00

L’American Psychological Association (APA) definisce nel 2003 la diagnosi come “ la valutazione di comportamenti, di processi mentali e affettivi anormali, che risultano disadattivi e/o fonte di sofferenza ( e cioè di manifestazioni psicopatologiche e di sintomi ) attraverso la loro classificazione in un sistema diagnostico riconosciuto e l’individuazione dei meccanismi e dei fattori psicologici che li hanno originati e che li mantengono”. La diagnosi è un processo conoscitivo che si sviluppa all’interno di una relazione interpersonale; nel processo relazionale si sviluppano tutti gli atti psicologici: l’osservazione, il colloquio e la somministrazione dei test. La diagnosi ha molteplici funzioni e compiti tra cui la conoscenza delle modalità di funzionamento psicologico del soggetto e, nel caso si individui una psicopatologia, una categorizzazione delle informazioni attraverso un sistema di classificazione scientificamente riconosciuto. Il processo conoscitivo si fonda sulla relazione e comunicazione con il paziente ed è un atto preliminare, indispensabile alla formulazione di indicazioni psicoterapeutiche.

A cura di Samantha Denti, psicologa

Lo psicologo è tenuto al segreto professionale?2020-07-02T15:15:49+02:00

L’articolo 11 del codice deontologico degli psicologi italiani afferma che “Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate”.

Tuttavia, esistono alcune eccezioni alla regola. Quali sono?

1)Nei casi di pazienti affetti da depressione patologica grave, che manifestano pensieri o atti suicidi, lo psicologo ha il dovere di comunicare e collaborare con la famiglia (anche ai fini di controllare se il paziente stia seguendo o meno il trattamento terapeutico consigliato).
2)In caso di presunta violenza sessuale nei confronti di un minore, lo psicologo deve indagare e verificare se l’abuso è avvenuto realmente. Qualora lo psicologo scoprisse che tale abuso si sia effettivamente verificato, egli ha il dovere di informare i genitori (o i familiari che si prendono cura del minore) e le autorità competenti.
3)A volte può capitare che il paziente sia impegnato in un processo. Può capitare che durante il processo sia richiesta la presenza e la testimonianza dello psicologo. In questi casi quest’ultimo può derogare all’obbligo di mantenere il segreto professionale.
4)In ultima analisi, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto o di altre persone a lui vicine, lo psicologo è tenuto a rompere il segreto professionale.

A cura di Samantha Denti, psicologa

Che differenza c’è tra psicologo e psichiatra?2020-07-02T15:09:20+02:00

Lo psicologo è un professionista della salute laureato in Psicologia. Al fine di esercitare la professione, il dottore in psicologia deve svolgere un tirocinio annuale per poter sostenere l’esame di stato.
Quest’ultimo gli permette di accedere all’iscrizione dell’Albo Professionale.
L’obiettivo del lavoro dello psicologo è la promozione del benessere della persona, ottenuto attraverso l’analisi delle componenti fisiologiche, psicologiche, relazionali e ambientali.
l principali strumenti di intervento dello psicologo sono il colloquio psicologico e i test psicologici.
Lo psicologo non è un medico, di conseguenza non può prescrivere farmaci.

Lo psichiatra è un laureato in medicina e chirurgia con specializzazione in psichiatria.
Egli si occupa dello studio, della prevenzione, della cura e della riabilitazione dei disturbi mentali e dei comportamenti patologici.
Lo psichiatra si impegna a valutare la sintomatologia e il decorso clinico del disturbo psicopatologico e, a seconda delle situazioni, può decidere se indirizzarsi verso un intervento farmacologico e/o psicoterapeutico.
Lo psichiatra è un medico, quindi può prescrivere farmaci generici e/o psicofarmaci.

A cura di Sara Camerata, psicologa

Psicologia: ho sentito di persone che vanno dallo psicologo per anni. È normale o qualcosa non ha funzionato?2020-07-02T14:52:40+02:00

La relazione terapeutica è qualcosa di diverso dalle chiacchere tra amici, in primo luogo perché il professionista non ha alcuna conoscenza di noi e la conoscenza si costruisce nel tempo; in secondo luogo è proprio questa “non conoscenza” che il professionista ha che gli consente di guardarci in modo obiettivo senza le lenti deformate degli affetti. Può capitare che lo psicologo ci affianchi in un periodo ben preciso della nostra vita, perché ci troviamo incagliati in qualche situazione che non riusciamo a sbrogliare in autonomia oppure possiamo decidere di intraprendere un viaggio di conoscenza di noi stessi: in entrambi i casi la durata del percorso viene ridefinita costantemente con il terapeuta durante il processo poiché non è definibile a priori.

A cura di Alessandra Capra, psicologa, psicoterapeuta

Psicologia: è vero che uno psicologo interpreta i sogni?2020-07-02T14:53:13+02:00

Si è vero ma non per avere i numeri vincenti del superenalotto! Questa interpretazione dei sogni non ha nulla di profetico o divinatorio. Il sogno è un prodotto della nostra mente, uno schermo dove vengono proiettati i residui della nostra attività diurna, i nostri desideri, le nostre paure. Purtroppo, però, la nostra mente ci gioca un brutto scherzo perché il film che vediamo nel sogno è spesso bizzarro e quasi sempre incomprensibile ad una lettura diretta.

A cura di Alessandra Capra, psicologa, psicoterapeuta

Psicologia: ho sentito parlare di “setting”. Che cosa significa?2020-07-02T14:53:29+02:00

È uno spazio inteso come luogo fisico – una stanza – ma anche uno spazio inteso come tempo, ben delimitato, con un inizio e una fine entro cui si svolgono gli incontri tra terapeuta e paziente. È organizzato secondo precise regole condivise tra le parti per quanto riguarda la durata dell’incontro, i costi, la frequenza.

A cura di Alessanrda Capra, psicologa, psicoterapeuta

Psicologia: come so se uno psicologo è abilitato alla professione?2020-07-02T14:53:42+02:00

Ci sono tanti professionisti che operano nell’area del benessere psichico ma per poter utilizzare il titolo di psicologo occorre essere iscritti ad uno specifico albo.
È possibile effettuare una verifica sia in ambito nazionale (link)  che regionale sito dell’Ordine della Regione Lombardia (link).

A cura di Alessandra Capra, psicologa, psicoterapeuta

Psicoterapia
Soffro d’insonnia: la psicoterapia può essermi utile?2020-07-02T15:29:47+02:00

L’insonnia è un disturbo molto diffuso, che incide sensibilmente sulla qualità della vita e che incrementa la possibilità di sviluppare disturbi d’ansia, depressione e problematiche cardiovascolari.
L’insonnia può iniziare con uno specifico problema, come un evento stressante (ad es. un lutto); in altri casi essa è ricollegabile ad una situazione che cambia i ritmi del sonno (es. la nascita di un bambino); mentre per alcuni il problema si cronicizza.
La psicoterapia è stata riconosciuta dalle linee guida del BAP (British Association for Psychopharmacology)
come trattamento efficace e raccomandato per l’insonnia.
All’interno dei percorsi di psicoterapia per l’insonnia può essere integrato l’utilizzo dell’ipnosi, al fine di potenziarne gli effetti. Infatti, diversi studi dimostrano che l’ipnosi migliora la qualità e la quantità del sonno, risultando efficace anche nei casi di insonnia cronica.
Nei percorsi di psicoterapia per l’insonnia è possibile intervenire su tutte le problematiche legate al sonno: difficoltà ad addormentarsi, risvegli continui, incubi ricorrenti e scarsa qualità del sonno.

A cura di Samantha Denti, psicologa

Psicoterapia: a che età le difficoltà di un bambino diventano preoccupanti?2020-07-02T14:48:12+02:00

Spesso con i bambini e gli adolescenti si tende a dire “è solo un periodo, crescendo passerà”. Se da un lato è vero che la giovane età lascia aperte possibilità di cambiamento e proprio per questo solitamente in età evolutiva è poco utile fare diagnosi definitive, è pur vero che una sofferenza va sempre ascoltata e non ignorata. La psicoterapia può infatti essere determinante nell’aiutare il bambino ad utilizzare le sue risorse evolutive di fronte alle difficoltà e, di conseguenza nell’impedire a difficoltà passeggere di trasformarsi in problemi duraturi.

A cura di Teresa Poli, psicologa dell’età evolutiva

Psicoterapia: in quali casi un bambino può avere bisogno di una psicoterapia?2020-07-02T14:48:46+02:00

Quando il bambino fatica a comunicare con gli altri e si isola, quando è impaurito dal mondo esterno, quando non ha amici, quando fatica a separarsi dai genitori, quando presenta molti e frequenti sintomi fisici (senza riscontro sul piano medico), quando non riesce a controllarsi e a tollerare alcuna regola.

A cura di Teresa Poli, psicologa dell’età evolutiva

Psicoterapia: i genitori possono parlare con lo psicoterapeuta che segue loro figlio?2020-07-02T14:48:59+02:00

Certo, nel caso di bambini e ragazzi sotto i 18 anni, i genitori vengono regolarmente informati su come procede la terapia e viene data molta importanza alle informazioni da loro fornite. Tuttavia i dettagli di ciò che il bambino fa o dice sono tutelati dal segreto professionale, è importante infatti che il bambino si senta libero di esprimere le sue emozioni senza temere la reazione dei genitori.

A cura di Teresa Poli, psicologa dell’età evolutiva

Psicoterapia: anche i bambini possono andare da uno psicoterapeuta?2020-07-02T14:49:14+02:00

Certo, la psicologia infantile è un’area di studi estesa che esiste da molto tempo. Gli psicoterapeuti possono aiutare i bambini, anche quelli molto piccoli, utilizzando, oltre alla parola, il gioco e le attività creative.

A cura di Teresa Poli, psicologa dell’età evolutiva

Psicoterapia della terza età: per l’anziano non è prioritario curare il proprio corpo?2020-07-02T14:50:07+02:00

Il rapporto delle persone con il tempo che passa è molto cambiato. Grazie ai risultati di numerose ricerche sulla terza età, oggi si parla di invecchiamento attivo, un concetto che prende in considerazione la salute in modo totale, non solo quella fisica. Uno dei mali del nostro tempo è lo stress che non risparmia neppure gli anziani, anzi. Lo stress indebolisce le difese immunitarie contro le infezioni e aumenta le infiammazioni, rende vulnerabili verso malattie come aterosclerosi, ipertensione e diabete. Queste patologie, inoltre, possono seriamente danneggiare il cervello: si instaura così in un circolo vizioso corpo-mente. Ormai numerosi studi hanno messo in evidenza che il benessere psicologico ha un ruolo protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari, a parità di fattori di rischio e malattie. Per prendersi cura di sé in terza età non bisogna quindi sottovalutare l’aspetto psicologico e, per questo, uno psicologo piò essere di grande supporto.

A cura di Francesco Dal Fara, psicologo, psicoterapeuta

Psicoterapia della terza età: dottore, non ce la faccio. Mio padre ha la demenza senile, cosa posso fare?2020-07-02T14:50:20+02:00

L’assistenza del malato di Alzheimer, e delle malattie neurodegenerative in genere, è nell’80% dei casi a carico dei familiari, solitamente di uno in particolare tra tutti. Come dimostrato dagli studi, questo carico di assistenza comporta un elevato livello di stress sia fisico sia psicologico. A seconda del livello di gravità del carico assistenziale, e delle sue conseguenze, lo psicologo può esssere una risorsa per il familiare, attraverso il supporto psicologico o la psicoterapia, per aiutarlo a esprimere le proprie emozioni, i propri bisogni, a migliorare la sua conoscenza della malattia e la sua gestione. Ciò soprattutto quando l’anziano ha anche disturbi del comportamento e durante l’evoluzione della malattia fino al fine vita.

A cura di Francesco Dal Fara, psicologo, psicoterapeuta

Psicoterapia della terza età: sto perdendo la memoria. Mi può aiutare lo psicologo?2020-07-02T14:50:32+02:00

Con il progredire dell’età si verificano delle modificazioni dell’organismo e ciò riguarda anche il cervello. E’ quindi del tutto normale e fisiologico che ci siamo dei cambiamenti in alcuni aspetti della memoria, delle capacità di attenzione, del linguaggio e delle capacità di percepire e rispondere agli stimoli attraverso i 5 sensi. Questi cambiamenti non significano “avere l’Alzheimer”. Lo psicologo può fare una valutazione dello stato di queste capacità utilizzando dei test specifici e può aiutare a stimolare e mantenerle attive con diverse tecniche ed esercizi.

A cura di Francesco Dal Fara, psicologo, psicoterapeuta

Psicoterapia della terza età: può servire la psicoterapia per chi è anziano?2020-07-02T14:50:46+02:00

Questo periodo di vita è vissuto oggi non come il finale della vita, ma come l’inizio di un ciclo differente, di una fase da attraversare nel migliore dei modi. Le situazioni tipiche in questa fase di vita sono: rimanere improvvisamente soli, smettere di lavorare, uscire di meno, preoccuparsi di più per la propria salute fisica e mentale (memoria, distrazione, ecc.). La psicoterapia per la terza età è ti tipo supportivo e relazionale. Non è un percorso psicoanalitico del profondo perché la persona si conosce già e non è necessario rimettersi in discussione. Servono invece spunti e stimoli per ridare qualità alle giornate, per reinventarsi e non provare solitudine e inadeguatezza.

A cura di Francesco Dal Fara, psicologo, psicoterapeuta

Psicoterapia: nei film si vede il paziente sdraiato sul lettino dello psicoterapeuta: perché? Si fa davvero così?2020-07-02T15:01:17+02:00

Lo sdraiare il paziente sul lettino è una tecnica usata nella psicoterapia ad indirizzo psicoanalitico, la terapia cioè più vicina all’insegnamento di Freud. Non con tutti i pazienti e non subito viene utilizzata questa modalità, è infatti fondamentale che il lavoro di terapia sia iniziato già da un certo tempo prima che ci sia l’introduzione di questa tecnica. I motivi alla base di questa modalità sono molti, il principale è quello di non influenzare il paziente con le espressioni del proprio viso e di rendere quindi le associazioni di pensieri e il dire del paziente più indipendenti dalla lettura delle reazioni del terapeuta.

A cura di Teresa Poli, psicologa dell’età evolutiva

Terapia di coppia e mediazione familiare
Che cos’è la terapia di coppia? A che cosa serve?2020-07-02T15:17:03+02:00

Come ben sappiamo, il rapporto di coppia è caratterizzato da continue sfide. Spesso e volentieri nella coppia si creano situazioni conflittuali che, non necessariamente, devono indurre la coppia a divorziare.
Ogni coppia, soprattutto dopo tanti anni di convivenza, è portata a scontrarsi con le difficoltà quotidiane (nella gestione dei figli, nella gestione del rapporto con la famiglia d’origine, o semplicemente nella gestione del tempo).
Spesso, in queste circostanze, accade che la coppia cominci a mettere in atto meccanismi disfunzionali di comunicazione e di gestione del conflitto.
Quando emergono difficoltà comunicative, atteggiamenti di critica costante verso il partner, che denotano diminuzione della stima o, nei casi più gravi, disprezzo nei confronti di quest’ultimo, bisogna cercare di non arenarsi e non nascondere la situazione che si sta vivendo. Innanzitutto, è utile considerare la frequenza con cui questi comportamenti disfunzionali si presentano: nel momento in cui questi atteggiamenti distruttivi si reiterassero frequentemente, sarebbe utile per la coppia cominciare a mettersi in gioco, lavorando sulle proprie risorse, sui propri punti di debolezza e analizzando le proprie necessità.
Lo scopo della terapia è proprio quello di accompagnare la coppia al cambiamento e trasformare le modalità di comunicazione disfunzionali in modalità di dialogo corretto. Allo stesso modo, invitare i partner a riempire i vuoti comunicativi, lavorando sull’intimità e trasformando i litigi in occasioni di confronto e scambio di opinioni.
In terapia, trovandosi in un ambiente protetto e con l’aiuto di uno psicoterapeuta, la coppia viene facilitata nel prendere atto sia delle proprie emozioni e bisogni, sia dei comportamenti distruttivi e delle cause che ne stanno alla base.

Prerequisito fondamentale per il funzionamento della terapia è la motivazione dei partner a cambiare!

A cura di Sara Camerata, psicologa

Che cos’è la mediazione familiare?2020-07-02T15:12:27+02:00

La mediazione familiare è un processo collaborativo di risoluzione del conflitto, in cui le coppie sono assistite da un soggetto terzo.
Il mediatore agisce da facilitatore della comunicazione tra le parti che si trovano a vivere conflitti familiari in seguito a separazione o divorzio.
La pratica di mediazione è svolta da operatori esperti in psicologia e ha lo scopo di far prendere coscienza della situazione alle persone coinvolte, con l’intento di passare dal conflitto al confronto.
Il mediatore familiare utilizza tecniche professionali basate sul linguaggio e sulla comunicazione; si avvale di strumenti come l’ascolto attivo e il linguaggio positivo.
I vantaggi di seguire un percorso di mediazione familiare si valutano sia sul fronte economico, in quanto questo risulta essere meno costoso rispetto ad un percorso giudiziario, sia in termini di tempo e sul fronte relazionale, perchè saranno le parti coinvolte ad essere i protagonisti attivi delle loro scelte.
Uno degli obiettivi principali della mediazione è il raggiungimento della co-genitorialità e la salvaguardia delle responsabilità di ciascun genitore nei confronti dei figli.

A cura di Piera Campagnoli, psicoterapeuta e counselor

DSA Disturbi dell’apprendimento
DSA: cos’è il PDP?2020-07-02T14:40:51+02:00

Il PDP (Piano Didattico Personalizzato) è un documento redatto dettagliatamente dagli insegnanti di bambini o ragazzi che hanno ricevuto una diagnosti di Disturbo dell’Apprendimento. All’interno del PDP vengono specificati i rapporti tra le figure che si occupano del bambino o del ragazzo nei diversi ambiti della sua vita e vengono evidenziate le misure e gli strumenti che permettano il miglior apprendimento possibile e il relativo successo scolastico.

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: lo screening per la valutazione effettuato a scuola, ha valore diagnostico?2020-07-02T14:41:18+02:00

No, lo screening degli apprendimenti effettuato attraverso progetti scolastici non ha valore diagnostico ma è utile al fine di evidenziare difficoltà che potrebbero essere sintomo di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Solo la valutazione eseguita da un’Equipe di un centro pubblico o di un centro privato accreditato al SSN ha valore diagnostico.

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: sono risolvibili?2020-07-02T14:41:07+02:00

I Disturbi dell’Apprendimento sono delle difficoltà che permangono per il corso di tutta la vita. Tuttavia, attraverso una specifica riabilitazione ed un potenziamento delle abilità risultate deficitarie o fragili al momento della valutazione, le difficoltà possono diminuire fino ad un completo compenso di tali competenze.

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: sono associati a deficit intellettivi?2020-07-02T14:44:13+02:00

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento sono diagnosticabili solo se il livello intellettivo (Q.I. – Quoziente Intellettivo) del bambino o ragazzo rientra nella norma, pertanto i DSA non sono mai associati a deficit intellettivi.
Nel caso in cui ci fosse un disturbo intellettivo correlato a difficoltà dell’apprendimento si parlerebbe di Disturbi Aspecifici dell’Apprendimento.

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: disgrafia e disortografia sono la stessa cosa?2020-07-02T14:45:00+02:00

No, coinvolgono due abilità differenti.
La Disgrafia coinvolge l’abilità motoria della scrittura che può essere lenta, disordinata e/o poco leggibile a causa delle presenza di grafemi ambigui, atipici, lettere addossate. Coinvolge aspetti quali la postura nei compiti di scrittura, l’impugnatura, la pressione del segno grafico. Possono essere presenti difficoltà nella gestione dello spazio del foglio, non rispetto dei margini del foglio, difficoltà a mantenere la linea di scrittura ma anche difficoltà di incolonnamento o nella trascrizione. La disortografia riguarda la componente linguistica e coinvolge gli aspetti della correttezza ortografica nelle produzioni scritte: le regole di corrispondenza fonema – grafema (suono-segno) e le regole ortografiche non sono automatizzate e vengono commessi numerosi e ricorrenti errori quali omissioni di lettere, scambi di grafema (c/q) o errori nei digrammi, trigrammi, uso dell’H, doppie, accento, apostrofo.
I disturbi possono anche presentarsi assieme e interessare, pertanto, entrambe le abilità.

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: è ereditario?2020-07-02T14:44:04+02:00

Vi può essere una familiarità con le Difficoltà di apprendimento. La componente ereditaria e genetica è una delle cause considerate sull’origine dei DSA. Vi sono state diverse ipotesi e studi sulle causa genetiche dei DSA e molti dati dimostrano una maggiore probabilità per un bambino con un genitore con tale disturbo di manifestare problemi di apprendimento.
Non è raro che fratelli abbiano diagnosi di DSA o che genitori riferiscano che quando andavano a scuola hanno avute difficoltà e che si rispecchiano nelle difficoltà del figlio.
Tra le cause dei Disturbi specifici di apprendimento va considerato il rapporto tra geni e ambiente (opportunità di apprendimento, insegnamento). In un studio finlandese (Lyytinen et al., 2015) è stato osservato come in particolare l’esperienza di lettura condivisa tra genitore e bambino ha un effetto positivo sia sullo sviluppo del linguaggio orale che sullo sviluppo delle capacità alfabetiche in generale..

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: dopo la diagnosi cosa devo fare??2020-07-02T14:41:29+02:00

La certificazione di DSA viene rilasciata alla famiglia o allo studente se maggiorenne e consegnata alla scuola. La diagnosi viene protocollata e condivisa con i docenti che stenderanno un Piano Didattico Personalizzato (PDP), secondo quanto previsto dalla legge 170 del 10 ottobre del 2010 e delle successive disposizioni ministeriali. In esso vengono stabiliti gli strumenti compensativi, le strategie dispensative e le forme di verifica e valutazione personalizzate che verranno adottate per mettere il bambino/ragazzo nelle migliori condizioni per apprendere in modo sereno.
Verranno poi date dal clinico indicazioni riguardo all’intervento e ad un piano di trattamento specialistico finalizzato a potenziare le funzioni carenti e a favorire l’acquisizione di nuove strategie.
Anche i genitori possono richiedere supporto per poter meglio comprendere le difficoltà specifiche del proprio figlio e per poter acquisire competenze e strategie che permettano loro di supportare e accompagnare il figlio nel percorso scolastico e di vita.

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: sono delle malattie?2020-08-28T16:09:42+02:00

No, i DSA sono innati, sono condizioni neurobiologiche, caratteristiche con cui si nasce che rendono più difficile imparare a leggere, a scrivere o imparare a fare i calcoli. Un soggetto può presentare uno o più disturbi.
Sono caratterizzati da una difficoltà nell’automatizzare abilità dominio specifiche (lettura, scrittura, calcolo) e non da disfunzioni di organi e, inoltre, per essere diagnosticati, uno dei criteri differenziali è “l’assenza di condizioni neurologiche clinicamente diagnosticabili”, di disturbi uditivi, visivi, o motori.
Non si parla di persone affette da… ma di soggetti con DSA.
I DSA, infatti, non vengono curati, non c’è una terapia perché non sono malattie ma vengono affrontanti con percorsi di trattamento abilitativo o di potenziamento o ancora attraverso l’adozione di strumenti compensativi (sintesi vocale, computer con correttore ortografico, calcolatrice) e/o misure dispensative (es. tempo aggiuntivo per svolgere le verifiche, verifiche ridotte) per poter supportare accompagnare lo svolgimento nelle attività scolastiche.

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: cosa sono?2020-07-02T14:41:49+02:00

I Disturbi specifici di apprendimento (DSA) sono caratterizzati dalla persistente difficoltà di apprendimento delle abilità scolastiche (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali 5 (DSM 5, 2015).
Le difficoltà di apprendimento iniziano durante gli anni scolastici e non solo influenzano le abilità scolastiche, ma possono anche ostacolare l’apprendimento di altre materie.
Appartengono ai disturbi del neurosviluppo (DSM 5, 2014), e « coinvolgono uno specifico dominio di abilità, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. Essi infatti interessano le competenze strumentali degli apprendimenti scolastici (Consensus Conference dell’Istituto Superiore di Sanità – CC-ISS, 2011).
Sulla base del dominio di abilità coinvolta si distinguono in: Dislessia, disturbo nella lettura, Disortografia, disturbo nella scrittura, Disgrafia, disturbo nella grafia, Discalculia, disturbo nelle abilità di numero e di calcolo.
I soggetti con DSA presentano abilità scolastiche al di sotto di quelle attese per età e/o classe frequentata che non sono attribuibili a disabilità intellettive, ovvero presentano un funzionamento intellettivo nella norma.

A cura di Gabriella Glorioso, psicologa e psicoterapeuta

DSA: cos’è la disgrafia?2020-07-02T14:42:00+02:00

La Disgrafia è un Disturbo Specifico di Apprendimento, che coinvolge tipicamente la scrittura di parole e di numeri e l’utilizzo del segno grafico, in misura lieve, media o severa. Si manifesta attraverso delle difficoltà nella realizzazione del grafema, quindi della scrittura. Riguarda perciò solo l’aspetto motorio della realizzazione grafica, e non le regole ortografiche e sintattiche. Per questo motivo non va confusa con la Disortografia.
Il bambino disgrafico , generalmente può avere difficoltà nell’impugnare la penna, in alcuni compiti di motricità fine, nella gestione dello spazio del foglio (ad esempio non segue le righe e i margini procedendo verso l’alto o verso il basso), nella scrittura di parole che possono essere eccessivamente ravvicinate o al contrario troppo distanziate. Possiamo osservare anche uno scarso rispetto delle dimensioni delle lettere, troppo grandi o troppo piccole, collegamenti scorretti tra lettere nel corsivo, deformazioni che rendono la parola illeggibile, confusione di lettere graficamente simili e nella copia e riproduzione di forme, figure o grafici.

A cura di Michela Cioffi, psicologa clinica

DSA: cos’è la disortografia?2020-07-02T14:42:09+02:00

La disortografia è un disturbo specifico dell’apprendimento, in questo caso un insieme variegato di difficoltà nell’abilità di scrittura. Nello specifico, consiste nella difficoltà a convertire in simboli grafici (le lettere dell’alfabeto) i suoni del linguaggio verbale.
Il bambino disortografico, quindi, presenta un’estrema lentezza nella scrittura ed evidenti problemi negli esercizi di copiatura e in tutti i compiti scritti, ha difficoltà nel trascrivere in simboli grafici ( lettere) i suoni ascoltati e commette molti errori nella scrittura di frasi o parole. Come si può immaginare, la disortografia, porta a un evidente dispendio di energie nei compiti scritti, affaticando lo studente che appare al cospetto degli altri svogliato o disattento.

A cura di Michela Cioffi, psicologa clinica

DSA: cos’è la discalculia?2020-07-02T14:42:19+02:00

La discalculia fa parte dei disturbi specifici dell’apprendimento. riguarda nello specifico la capacità di comprendere i numeri e di eseguire calcoli. Con il termine discalculia non si intende fare riferimento alle difficoltà che in modo più o meno frequente vengono osservate nella comprensione della matematica, ma si fa invece riferimento a un disturbo specifico del sistema dei numeri e del calcolo, in assenza di lesioni neurologiche e di problemi cognitivi più generali.
La discalculia coinvolge, in particolare, l’acquisizione di abilità relativamente semplici, quali ad esempio la scrittura e la lettura dei numeri e il sistema del calcolo (come ad esempio la memorizzazione delle tabelline, l’esecuzione delle procedure di calcolo ecc.).
Il bambino discalculico, generalmente, quindi, avrà difficoltà nell’identificare i numeri e nello scriverli (in particolare se sono lunghi con molte cifre), difficoltà nell’associare ad una certa quantità il numero corrispondente, nel saper scrivere numeri sotto dettatura, difficoltà nello svolgimento delle quattro operazioni matematiche, nel riconoscere i dati che permettono la soluzione di un problema, nell’apprendere le regole dei calcoli (prestito, riporto, incolonnamento, ecc.)p nello svolgimento di compiti in sequenza.

A cura di Michela Cioffi, psicologa clinica

DSA: cos’è la dislessia?2020-07-02T14:42:27+02:00

La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento, che emerge classicamente all’inizio della scolarizzazione e incide sulla capacità di leggere in modo corretto e fluente. Il problema è proprio, affrontare i testi facendo funzionare i meccanismi della lettura in modo automatizzato e scorrevole, e nel decifrare i testi, commettendo quindi molti errori durante la lettura.
Il bambino dislessico, quindi, presenta una difficoltà nella decodifica del testo, tenderà a leggere lentamente e con fatica e facendo molti errori, ad avere difficoltà nell’esposizione orale dei testi che legge e talvolta anche nella scrittura.

A cura di Michela Cioffi, psicologa clinica

DSA: Chi può fare diagnosi e certificare un disturbo di apprendimento?2020-07-02T14:42:35+02:00

Per Diagnosi si intende un giudizio clinico che attesta la presenza di una patologia o un disturbo, ed ha valore legale. In Italia, le figure sanitarie preposte a rilasciare diagnosi cliniche sono gli psicologi (L.56/89) e i medici, abilitati e iscritti ai rispettivi albi professionali: solo rivolgendosi a queste due figure si può disporre di una diagnosi valida, effettuata con strumenti diagnostici standardizzati e condivisi. Nel caso dei DSA però, la diagnosi clinica, effettuata dal singolo psicologo, non basta affinché a scuola vengano attivate le misure agevolative previste dalla legge L.170/2010, per le quali è necessario disporre di una CERTIFICAZIONE. La certificazione, in Lombardia, può essere rilasciata solo da strutture sanitarie pubbliche (centri per l’età evolutiva dell’ASL) o da centri privati accreditati dai Sistema sanitario Nazionale e abilitati e autorizzati ad effettuare la prima diagnosi e la sua eventuale certificazione valida ai fini scolastici.

A cura di Michela Cioffi, psicologa clinica

Logopedia
Logopedia: mio figlio balbetta, devo correggerlo?2020-07-02T14:38:51+02:00

Se da un lato è importante non sottovalutare la balbuzie, dall’altro è bene evitare ansie o preoccupazioni che si riflettono sul bambino. Gli atteggiamenti da adottare sono: lasciargli il tempo necessario per formulare una frase o rispondere, prestare attenzione a cosa dice e non a come lo dice, fare domande ed evitare di completare le frasi al suo posto. È bene ricordarsi che commenti quali “stai calmo”, “respira”, “pensa bene a cosa dire” non servono a niente, anzi vanno a sottolineare la difficoltà aumentando il suo disagio.

A cura di Alessandra Duca, logopedista

Logopedia: di cosa si occupa il logopedista in età evolutiva?2020-07-02T14:39:05+02:00

In età evolutiva è possibile richiedere o aver bisogno di un intervento logopedico in differenti casi:

  • ritardi e/o disturbi di linguaggio
  • disturbi dell’apprendimento – DSA (dislessia, disortografia, discalculia, disgrafia)
  • disturbi della voce (disfonia infantile)
  • disturbi della fluenza verbale (balbuzie)
  • ipoacusia (sordità)
  • disprassia verbale evolutiva (difficoltà a programmare i movimenti per la produzione dei suoni del linguaggio e a ordinarli in sequenza per formare sillabe, parole e frasi)
  • deglutizione deviante e respirazione orale
  • disabilità intelletiva (ad es. nella sindrome di Down)
  • disturbo dello spettro dell’autismo
  • disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD)
  • disturbi comunicativi di origine neurologica (paralisi cerebrali infantili, trauma cranico etc.)

A cura di Alessandra Duca, logopedista

Logopedia: in cosa consiste il primo colloquio tra genitori e logopedista?2020-07-02T14:39:20+02:00

Si tratta di un momento di conoscenza e confronto con i genitori. Generalmente, il logopedista pone alcune domande con il fine di individuare le specifiche difficoltà del bambino. Viene, quindi, effettuata un’indagine anamnestica volta ad indagare lo sviluppo del bambino fin dai suoi primi mesi di vita. Infine, il terapista concorderà con i genitori una fase di valutazione delle sue competenze comunicativo-linguistiche.

A cura di Alessandra Duca, logopedista

Logopedia: quali possono essere le conseguenze di un disturbo di linguaggio trascurato?2020-07-02T14:39:48+02:00

L’intervento e la diagnosi precoci sono fondamentali in caso di un eventuale disturbo di linguaggio per evitare o limitare ripercussioni sia in ambito sociale e relazionale (disagio e isolamento dovuto alla difficoltà di comunicazione con i coetanei), che in ambito scolastico: difficoltà a livello linguistico potrebbero inficiare il corretto apprendimento di lettura e scrittura.

A cura di Alessandra Duca, logopedista

Logopedia: mio figlio/a parla poco e male, a che età è giusto portarlo dal logopedista?2020-07-02T14:39:59+02:00

Monitorare lo sviluppo linguistico del proprio bambino è importante. Se si dovessero riscontrare delle difficoltà nell’espressione e/o nella comprensione del linguaggio sarebbe opportuno programmare al più presto una valutazione logopedica. Già a 2-3 anni è possibile richiedere una consulenza. In caso di dubbio è possibile rivolgersi al pediatra che saprà indirizzare la famiglia dallo specialista di riferimento.

A cura di Alessandra Duca, logopedista

Logopedia: chi è il logopedista? Cosa fa?2020-07-02T14:40:17+02:00

Il logopedista è un professionista sanitario formato a livello universitario tramite il corso di laurea in Logopedia. La figura del logopedista è specializzata nella prevenzione, valutazione, educazione e rieducazione dei disturbi della comunicazione e del linguaggio, degli apprendimenti, della voce e della deglutizione in età pediatrica, adulta e geriatrica.
L’esercizio della professione è vincolato all’iscrizione all’Albo della professione sanitaria di logopedista.

Il logopedista si occupa della valutazione delle capacità comunicative del paziente, della stesura di un piano d’intervento e dei relativi obiettivi logopedici, del trattamento riabilitativo e infine, ne verifica la sua efficacia. Inoltre, offre servizio di counseling alle famiglie fornendo consigli e supporto durante tutto il percorso.
Al fine di favorire una presa in carico globale del paziente, il lavoro del logopedista viene svolto spesso in équipe multidisciplinare (con psicologo, neuropsichiatra infantile, TNPEE, terapista occupazionale, fisioterapista etc.)
Non può fare diagnosi perché non è un medico.

A cura di Alessandra Duca, logopedista

Neuropsicomotricità
Neuropsicomotricità: è possibile usufruire della detrazione fiscale delle prestazioni?2020-07-02T14:55:21+02:00

Tra le terapie riabilitative che danno diritto alla detrazione fiscale IRPEF vi è anche la prestazione del Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, essendo riconosciuto nell’elenco delle Professioni Sanitarie Riabilitative nel Art.3 del DM 29 Marzo 2001.

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva

Neuropsicomotricità: si può fare anche on-line?2020-07-02T14:56:10+02:00

In questa pratica, non è facile parlare di riabilitazione a distanza poiché elementi centrali come contatto, scambio, percezione, somministrazione di test non sono permessi dallo schermo. Tuttavia appare efficace il sostegno alla genitorialità e l’invio di materiali specifici per le esigenze del bambino. Inoltre lo strumento computer risulta adeguato per l’ascolto delle fragilità e difficoltà percepite dai bimbi in un momento così delicato. Viene ad oggi utilizzato come elemento per mantenere stabili gli apprendimenti acquisiti e rende lo scambio più agile di informazioni.

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva

Neuropsicomotricità: cosa cambia tra incontro individuale e di gruppo?2020-07-02T14:56:22+02:00

Gli interventi non si differenziano solo per il numero di partecipanti, ma anche per gli obiettivi.
Nella seduta individuale, il terapista interagisce direttamente con il bambino e lavora su specifici obiettivi. Nella seduta di gruppo, il terapista diventa “regista” delle attività e sostiene le relazioni dei partecipanti. In questo incontro, vengono messe in luce le dinamiche tra i bambini e gli obiettivi riguarderanno elementi di fragilità di ciascun partecipante.

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva

Neuropsicomotricità: quando è finita la seduta cosa è meglio fare?2020-07-02T14:56:35+02:00

Non tutti i bambini hanno voglia di spiegare, raccontare, esprimere ciò che hanno fatto e vissuto. Il genitore può rimanere vicino al proprio bambino e rassicurarlo oppure mostrare curiosità se il bimbo è entusiasta dell’esperienza vissuta. Come sempre i genitori, osservando comportamenti o reazioni insolite, possono chiedere al terapista approfondimenti e delucidazioni di ciò che viene fatto in stanza.

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva

Neuropsicomotricità: come preparare il bambino prima di arrivare nella stanza?2020-07-02T14:56:46+02:00

I genitori, durante il primo colloquio, conoscono gli ambienti ed il nome del terapista che valuterà il bambino. E’ fondamentale anticipare al figlio dove viene portato e chi lo aspetta il giorno concordato. Ciò permetterà un sereno ambientamento nella nuova stanza e un positivo atteggiamento verso il terapista.

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva

Neuropsicomotricità e attività motoria: quali sono le differenze?2020-07-02T15:00:20+02:00

L’attività motoria racchiude tutti i movimenti che il nostro corpo può eseguire, comporta un dispendio energetico e comprende attività di movimento come correre, ballare, giocare, fare giardinaggio,… L’attività motoria o fisica, viene strettamente correlata al benessere della popolazione e allo stato di salute delle persone, a tal punto che sono state emanate delle Linee di indirizzo sull’attività fisica per fasce d’età dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS). L’importanza del movimento e dell’avvicinamento allo sport, porta benefici e ricopre un ruolo preventivo per patologie croniche come diabete, obesità e ipertensione. Nella terapia neuropsicomotoria il movimento e l’espressione corporea rivestono un ruolo centrale e spesso sono utilizzati nelle attività proposte, ma le finalità per le quali vengono utilizzati riguardano il miglioramento qualitativo e quantitativo di esecuzione in un contesto di equilibrio funzionale.

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva

Psicomotricità: quali difficoltà vengono trattate e quando è meglio intervenire?2020-07-02T15:00:33+02:00

L’intervento riabilitativo è rivolto a disturbi del neurosviluppo che riguardano capacità cognitive, intellettive, di coordinazione, ma anche della sfera comportamentale, psicologica e psico-educativa. È consigliabile un intervento precoce, in modo tale da osservare i segnali che maggiormente risultano preoccupanti per le figure di riferimento e procedere con strategie adatte e necessarie allo sviluppo armonico delle funzioni del bambino limitando la ripetizione di comportamenti problematici.

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva

Neuropsicomotricità: perché scegliere questo tipo di terapia?2020-07-02T15:00:48+02:00

Perché in questo trattamento viene osservata la globalità del bambino, il modo di esprimersi e di conoscere la realtà circostante, considerando l’equilibrio complessivo e l’integrazione di tutte le funzioni. Si valorizza la modalità unica nel rapportarsi con l’altro, le preferenze di attività e di comunicazione, gli schemi di movimento e spostamento nell’ambiente, che proprio durante gli incontri di neuropsicomotricità emergono in modo spontaneo. La terapia neuropsicomotoria le proposte sono adattate alle capacità del bambino e finalizzate al raggiungimento di obiettivi condivisi con i genitori ed il medico curante. 

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva

Neuropsicomotricità: di cosa si occupa?2020-07-02T15:01:02+02:00

La terapia neuropsicomotricità consiste nella riabilitazione di bambini da 0 a 18 anni. Il terapista della neuropsicomotricità osserva, valuta e monitora le competenze e le abilità emergenti dal neonato, lo sviluppo del bambino fino alla formazione del giovane adulto. Sviluppa un progetto riabilitativo a seguito della conoscenza e valutazione approfondita del piccolo paziente. Il terapista prende in carico non solo il bambino, ma anche la famiglia per poter garantire un servizio integrato ed efficace in ogni contesto di vita.

A cura di Alessandra Agazzi, terapista della neurospicomotricità dell’età evolutiva

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